l’ossessione del multitasking

Goldrake-speciale

Ho sempre pensato che se avessi avuto uno smartphone ai tempi dell’università, sempre connesso sulla scrivania dove studiavo, o non mi sarei mai laureato oppure sarei beatamente al quindicesimo anno fuori corso.

Recentemente ho partecipato ad un evento di aggiornamento professionale, nel corso del quale è stato affrontato il tema dell’apprendimento nell’era digitale. Cristina Rosazza, ricercatrice che opera nel campo delle Neuroscienze presso l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, ha tenuto un brillante intervento sulla plasticità del cervello. Gli spunti sono stati numerosi e di notevole utilità per chi si occupa di processi di cambiamento.

La scienziata ha affrontato il tema del multitasking riportando alcune ricerche internazionali che dimostrano quanto questo tema sia, per come comunemente è stato inteso negli anni recenti, illusorio. In estrema sintesi, oggi sappiamo che le nostre risorse cognitive sono limitate: l’attenzione e la memoria a breve termine, per citarne due indispensabili per svolgere qualsiasi compito, hanno una misura finita. Lo studio evolutivo ha portato alla luce evidenze che suggeriscono che l’essere umano sia stato “progettato” per svolgere un compito alla volta. Fare cose contemporaneamente comporta il prezzo di farle meno bene di come potremmo farle in modo sequenziale. Ci sono delle eccezioni da tener presente, in particolare quanto detto non vale quando uno dei compiti in questione è riproducibile grazie ad abilità acquisite e automatizzate, per esempio camminare, pedalare o mangiare.

L’intervento è stato esaustivo, chiaro ed efficacemente presentato. Nonostante ciò sono rimasto piuttosto sorpreso nell’ascoltare le domande poste dai partecipanti al termine della lezione. Su dieci domande almeno sei o sette erano interessate a sapere come si diventa multitasking, come fare per migliorare le proprie abilità di multitasking, oppure qualcuno con visione di lungo termine ha chiesto se un domani la specie umana potrà acquisire questa dote. Ho stimato molto l’abilità comunicativa della ricercatrice, che è stata capace di riproporre, con nuovi esempi, sorriso e coerenza, la sua linea senza mai dire “ma se non avete capito quello che ho detto finora figuriamoci se potete essere multitasking”.

Successivamente ho ripensato a quelle domande, all’apparenza illogiche, e l’impazienza che ho provato nell’ascoltarle ha lasciato il passo all’intuizione che non fossero state indotte dalla ragione piuttosto dal bisogno di essere multitasking. Si parte da una condizione irrinunciabile: dobbiamo esserlo, punto, e l’unica cosa che possiamo mettere in discussione è quale sia la strategia migliore da adottare per esserlo in modo più performativo. Ho utilizzato volutamente questa parola che a pronunciarla può provocare un suono ferriginoso: per-for-ma-ti-vo.

Nell’era digitale stiamo correndo il rischio di perpetuare un grosso fraintendimento. Noi non siamo le macchine che abbiamo creato. Abbiamo sviluppato l’informatica con le sue logiche, ce ne serviamo come strumento, ma non siamo governati dagli stessi processi. Noi e la tecnologia restiamo cosa diversa.

L’essere umano ha raggiunto progressi incredibili nel giro di pochissimi anni nell’ultimo secolo, e probabilmente questa velocità ha gettato un’intera generazione nel caos. Come sotto l’effetto di una sbronza, ci siamo follemente innamorati della tecnologia che siamo riusciti a produrre. A seguito di una gestazione durata centinaia di anni l’umanità ha partorito la tecnologia, e i processori elettronici che normalmente ci supportano in molte attività sono frutto di una “nascita psicologica”.

La psicoanalisi ci ha parlato attraverso diversi autori della simbiosi madre-figlio. Margaret Mahler diceva che il bambino si comporta e agisce come se lui e la madre fossero un unico inserito dentro uno stesso confine (“fusione somatopsichica allucinatoria o illusionale onnipotente“). È una simbiosi impropriamente detta, perché il rapporto non è alla pari, ma il bambino è estremamente dipendente.

Dunque, tra noi e il nostro smartphone chi è l’oggetto che soddisfa i bisogni? La risposta ci porta a prendere per un attimo in considerazione di essere noi i bambini fusi in modo illusionale col telefono, così da ritenere di essere onnipotentemente in grado di fare tutto, o quasi, in qualsiasi momento. Questa inversione di ruoli (la tecnologia-figlia che diventa madre) credo sia dovuta al meccanismo dell’idealizzazione.

Heinz Kohut vede il processo di formazione delle strutture psicologiche nei bambini attraversare due stadi contemporanei:

  • L’imago parentale idealizzata è lo stato in cui una parte della perduta esperienza di perfezione narcisistica è attribuita a un oggetto-Sé arcaico (genitore) che viene così idealizzato. Al genitore spetta di lasciar cadere gradualmente tale idealizzazione lasciando che il figlio incontri l’inevitabile esperienza di frustrazione.
  • Il Sé grandioso, costituito da esibizionismo e grandiosità, è lo stato complementare a quello dell’imago parentale idealizzata. Se l’esperienza di frustrazione è ottimale il bambino impara ad accettare i propri limiti realistici, rinuncia alle fantasie grandiose e alle grossolane esigenze esibizionistiche, sostituendole con mete e scopi sintonici all’Io e con l’autostima realistica.

L’industria tecnologica progetta di continuo strumenti che siano sempre più performanti (loro sì), ossia più capaci di evitarci la frustrazione di non avere la funzione giusta al momento giusto. Per riprenderla nei termini della psicologia del Sé di Kohut: rischiamo di restare bloccati nella fantasia grandiosa di essere il nostro smartphone. Essere multitasking non è più una possibilità ma una qualità irrinunciabile per sentirci adeguati.

Svolazzare da un contenuto all’altro senza mai immergerci in approfondimenti inibisce, ancora citando Cristina Rosazza, la possibilità di sviluppare il pensiero critico, abilità che sarà sempre più richiesta e considerata pregiata nel prossimo futuro. Solo grazie al pensiero critico potremo formarci giudizi solidi e consapevoli attingendo dall’enorme flusso di dati che ci portiamo nelle tasche.

Chiudo citando una delle domande che ho sentito durante il convegno: dottoressa, cosa bisogna mangiare per sviluppare la capacità di essere multitasking? Inevitabilmente la mia memoria è tornata all’infanzia e alla sigla di Ufo robot che cantava mangia libri di cibernetica e insalate di matematica.

 

 

2 thoughts on “l’ossessione del multitasking”

  1. Davvero illuminante e oltremodo interessante la riflessione evidenziata. Sicuramente sarebbe utile affrontare l’argomento con i ragazzi nelle scuole.

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