Blog

l’ossessione del multitasking

Goldrake-speciale

Ho sempre pensato che se avessi avuto uno smartphone ai tempi dell’università, sempre connesso sulla scrivania dove studiavo, o non mi sarei mai laureato oppure sarei beatamente al quindicesimo anno fuori corso.

Recentemente ho partecipato ad un evento di aggiornamento professionale, nel corso del quale è stato affrontato il tema dell’apprendimento nell’era digitale. Cristina Rosazza, ricercatrice che opera nel campo delle Neuroscienze presso l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, ha tenuto un brillante intervento sulla plasticità del cervello. Gli spunti sono stati numerosi e di notevole utilità per chi si occupa di processi di cambiamento.

La scienziata ha affrontato il tema del multitasking riportando alcune ricerche internazionali che dimostrano quanto questo tema sia, per come comunemente è stato inteso negli anni recenti, illusorio. In estrema sintesi, oggi sappiamo che le nostre risorse cognitive sono limitate: l’attenzione e la memoria a breve termine, per citarne due indispensabili per svolgere qualsiasi compito, hanno una misura finita. Lo studio evolutivo ha portato alla luce evidenze che suggeriscono che l’essere umano sia stato “progettato” per svolgere un compito alla volta. Fare cose contemporaneamente comporta il prezzo di farle meno bene di come potremmo farle in modo sequenziale. Ci sono delle eccezioni da tener presente, in particolare quanto detto non vale quando uno dei compiti in questione è riproducibile grazie ad abilità acquisite e automatizzate, per esempio camminare, pedalare o mangiare.

L’intervento è stato esaustivo, chiaro ed efficacemente presentato. Nonostante ciò sono rimasto piuttosto sorpreso nell’ascoltare le domande poste dai partecipanti al termine della lezione. Su dieci domande almeno sei o sette erano interessate a sapere come si diventa multitasking, come fare per migliorare le proprie abilità di multitasking, oppure qualcuno con visione di lungo termine ha chiesto se un domani la specie umana potrà acquisire questa dote. Ho stimato molto l’abilità comunicativa della ricercatrice, che è stata capace di riproporre, con nuovi esempi, sorriso e coerenza, la sua linea senza mai dire “ma se non avete capito quello che ho detto finora figuriamoci se potete essere multitasking”.

Successivamente ho ripensato a quelle domande, all’apparenza illogiche, e l’impazienza che ho provato nell’ascoltarle ha lasciato il passo all’intuizione che non fossero state indotte dalla ragione piuttosto dal bisogno di essere multitasking. Si parte da una condizione irrinunciabile: dobbiamo esserlo, punto, e l’unica cosa che possiamo mettere in discussione è quale sia la strategia migliore da adottare per esserlo in modo più performativo. Ho utilizzato volutamente questa parola che a pronunciarla può provocare un suono ferriginoso: per-for-ma-ti-vo.

Nell’era digitale stiamo correndo il rischio di perpetuare un grosso fraintendimento. Noi non siamo le macchine che abbiamo creato. Abbiamo sviluppato l’informatica con le sue logiche, ce ne serviamo come strumento, ma non siamo governati dagli stessi processi. Noi e la tecnologia restiamo cosa diversa.

L’essere umano ha raggiunto progressi incredibili nel giro di pochissimi anni nell’ultimo secolo, e probabilmente questa velocità ha gettato un’intera generazione nel caos. Come sotto l’effetto di una sbronza, ci siamo follemente innamorati della tecnologia che siamo riusciti a produrre. A seguito di una gestazione durata centinaia di anni l’umanità ha partorito la tecnologia, e i processori elettronici che normalmente ci supportano in molte attività sono frutto di una “nascita psicologica”.

La psicoanalisi ci ha parlato attraverso diversi autori della simbiosi madre-figlio. Margaret Mahler diceva che il bambino si comporta e agisce come se lui e la madre fossero un unico inserito dentro uno stesso confine (“fusione somatopsichica allucinatoria o illusionale onnipotente“). È una simbiosi impropriamente detta, perché il rapporto non è alla pari, ma il bambino è estremamente dipendente.

Dunque, tra noi e il nostro smartphone chi è l’oggetto che soddisfa i bisogni? La risposta ci porta a prendere per un attimo in considerazione di essere noi i bambini fusi in modo illusionale col telefono, così da ritenere di essere onnipotentemente in grado di fare tutto, o quasi, in qualsiasi momento. Questa inversione di ruoli (la tecnologia-figlia che diventa madre) credo sia dovuta al meccanismo dell’idealizzazione.

Heinz Kohut vede il processo di formazione delle strutture psicologiche nei bambini attraversare due stadi contemporanei:

  • L’imago parentale idealizzata è lo stato in cui una parte della perduta esperienza di perfezione narcisistica è attribuita a un oggetto-Sé arcaico (genitore) che viene così idealizzato. Al genitore spetta di lasciar cadere gradualmente tale idealizzazione lasciando che il figlio incontri l’inevitabile esperienza di frustrazione.
  • Il Sé grandioso, costituito da esibizionismo e grandiosità, è lo stato complementare a quello dell’imago parentale idealizzata. Se l’esperienza di frustrazione è ottimale il bambino impara ad accettare i propri limiti realistici, rinuncia alle fantasie grandiose e alle grossolane esigenze esibizionistiche, sostituendole con mete e scopi sintonici all’Io e con l’autostima realistica.

L’industria tecnologica progetta di continuo strumenti che siano sempre più performanti (loro sì), ossia più capaci di evitarci la frustrazione di non avere la funzione giusta al momento giusto. Per riprenderla nei termini della psicologia del Sé di Kohut: rischiamo di restare bloccati nella fantasia grandiosa di essere il nostro smartphone. Essere multitasking non è più una possibilità ma una qualità irrinunciabile per sentirci adeguati.

Svolazzare da un contenuto all’altro senza mai immergerci in approfondimenti inibisce, ancora citando Cristina Rosazza, la possibilità di sviluppare il pensiero critico, abilità che sarà sempre più richiesta e considerata pregiata nel prossimo futuro. Solo grazie al pensiero critico potremo formarci giudizi solidi e consapevoli attingendo dall’enorme flusso di dati che ci portiamo nelle tasche.

Chiudo citando una delle domande che ho sentito durante il convegno: dottoressa, cosa bisogna mangiare per sviluppare la capacità di essere multitasking? Inevitabilmente la mia memoria è tornata all’infanzia e alla sigla di Ufo robot che cantava mangia libri di cibernetica e insalate di matematica.

 

 

l’automobile di G – anatomia di un caso clinico

Il seguente scambio clinico è stato redatto nel rispetto della privacy, sono state apportate alcune modifiche che rendono il protagonista irriconoscibile e lasciano inalterato il senso generale delle dinamiche descritte. “G” ha approvato la pubblicazione della seguente trascrizione per fini di divulgazione.

G arriva in seduta puntuale come un orologio svizzero. Mi saluta e noto immediatamente l’espressione accigliata. Mi dice che è stata una giornata storta, per cui è nervoso. Quando si siede resta in silenzio per un tempo, poi sospira. “Ho distrutto la macchina”, mi dice. “Sono uno stupido, era una manovra che faccio da anni: sempre uguale. Ripeto sempre gli stessi gesti automatici per entrare nel garage. Nel tempo ho imparato a essere sempre più abile, più rapido. Oggi invece ho fatto una cazzata da principiante”. Mi pronuncia queste parole e non si dà pace. Gli chiedo maggiori informazioni sull’accaduto e capisco che si tratta di un’ammaccatura oggettivamente ridotta, la cui riparazione avrebbe comportato una spesa affrontabile per le sue possibilità. Gli chiedo cosa avesse provato sul momento. G mi racconta di aver un po’ lottato usando la massima cautela per disincastrare il paraurti dall’ingresso del box, dopodiché è sceso dalla macchina per controllare l’entità dell’incidente. “Quando ho visto la lamiera deformata ho sentito la terra aprirsi sotto i miei piedi, volevo sparire! Ho sentito le lacrime farsi strada su per gli occhi ma non sono uscite”.

Nel corso della seduta abbiamo esplorato le emozioni connesse a quell’episodio. Il desiderio di sparire mi faceva ipotizzare che si fosse vergognato. Di cosa? G mi risponde che non avrebbe voluto scomparire per vergogna ma perché sentiva di meritarselo. “Mi faceva rabbia ammetterlo, ma in fondo sentivo che era giusto così, è difficile da spiegare ma le sensazioni erano molte e confuse”, prova a spiegare. Con rabbia dichiara che quanto appena successo gli sembrava una pena equa per la sua fragilità.

Decido di allargare il focus, di provare a distogliere lo sguardo da qualcosa ancora troppo penoso per G: “Come è andato il resto della giornata?”. “Niente di speciale”, mi risponde, “ho lavorato tanto, le solite rotture col capo, niente di nuovo”. Restiamo in silenzio, vedo che lo sguardo si fa più sfuggente. G rompe il silenzio “Ah, stamattina sono stato a fare una radiografia. Per il controllo che mi è stato consigliato di fare ogni 5 anni per la mia scoliosi”. Mi aveva già riferito in altre occasioni del suo passato di paziente scoliotico, so che quando aveva dagli 8 ai 13 anni aveva portato il busto ortopedico col collare giorno e notte. Sapevo che era stata un’esperienza traumatica per lui, per la sua vita sociale in anni cruciali per lo sviluppo e per la formazione della sua identità personale. Gli rivolgo il mio interesse domandandogli come fosse andata la visita. “Mah…ci sono cose che sembrano superate e invece stanno sempre lì, da qualche parte dentro. Ho provato, come sempre in questi casi, l’umiliazione di sentirmi diverso e sbagliato. Fatto male, deforme, imperfetto. E gli occhi e i commenti dei medici che ti dicono come posizionarti sono come lame”. Mentre parlava, G aveva appena rotto il muro di protezione tra sé e il mondo esterno. “Chiudevano la porta che separa la sala dove c’ero io da quella isolata dalle radiazioni e si lanciavano battute tra di loro. Sentivo che uno diceva ad un’altra che stavo così messo male che non riusciva a farmi stare in una posizione decente per fare la radiografia. Ho sentito come se mi sputassero addosso. Allora ho risposto con voce forte e ferma ‘spiegatemi meglio come mi devo mettere se così non va bene’. Il sotto testo era: stronzi! Dalla parete col vetro ho visto una infermiera che mi fissava, ho tenuto lo sguardo fino a quando lei lo distogliesse”. G prende fiato, poi chiude il discorso con amarezza: “Dottore, non sono più quel ragazzino che subiva le angherie dei giudizi, che aspettava mortificato di sapere se finalmente fosse guarito e potesse disfarsi del busto!”.

Lo sento pieno di rabbia, la ferita non si è mai rimarginata. Faccio una serie di associazioni mentali e penso alla vergogna di G bambino e al desiderio di sprofondare che aveva sperimentato oggi dopo l’incidente con l’auto. Penso all’auto deformata, penso alla sua deformazione. Stiamo lì per un po’ senza parlarci, lo invito a mettersi comodo sulla poltrona e rilassarsi. Gli esprimo la mia vicinanza e mi scaglio contro la mancanza di empatia di alcuni medici. Gli domando, a questo punto, a cosa stesse pensando tornando a casa, mentre si accingeva a parcheggiare. “Pensavo proprio a questo di cui le sto parlando, pensavo a questa mia guerra infinita contro…non so nemmeno cosa”. Intuisco che non abbia potuto riconoscersi il sentimento di vergogna perché, per sentirsi più forte, negli anni l’aveva dissociato e sostituito con la rabbia. “In fondo me la merito l’auto rotta, non sono un tipo da macchina figa”.

A partire da questa seduta c’è stata una svolta positiva nella terapia. Abbiamo capito come sia capace di gesti autolesionistici e punitivi verso le sue istanze di crescita e realizzazione (la macchina figa, ad esempio), perché in fondo sente di non meritarsi alcuni successi. Abbiamo ricondotto a tendenze autosabotative alcuni episodi che precedentemente erano stati da lui classificati come piccole distrazioni o sfortune, come quando aveva dimenticato di inviare un lavoro nei tempi previsti andando incontro ad un giudizio negativo del suo capo.
Il processo di cambiamento è entrato in una nuova fase, anche grazie ad una nuova intimità che siamo riusciti ad instaurare. Sono molto fiero dei suoi progressi.

bojack ti voglio bene

bojack_horseman_wallpaper_by_ezrasjakie-dak6kyd-825x510

Bojack Horseman è una serie TV trasmessa da Netflix. Il protagonista è un uomo cavallo che vive la sua insoddisfazione esistenziale con nostalgia, inseguendo il desiderio di rivivere l’unico periodo della sua vita in cui ha sentito ardere il fuoco vitale. È successo una volta, erano gli anni in cui stava realizzando un progetto di successo che l’avrebbe fatto uscire dall’anonimato: quando fu attore protagonista di una serie TV molto apprezzata (almeno così gli piace raccontarcela). Poi il declino, il lento e inesorabile ritorno all’antico senso di vuoto che lo fa sentire invisibile. Nell’industria cinematografica Bojack non ottiene più scritture all’altezza di quel periodo di gloria. Ha sviluppato una strategia per lenire il dolore che sente negli spaventosi momenti che gli ricordano il nulla che realmente sente di essere: esprime cinismo e distacco dalle cose e dalle persone.

Quale sia il reale valore di Bojack non è veramente importante, piuttosto è una questione che gli autori lasciano sullo sfondo. Nel suo ambiente di lavoro ci sono produttori e registi che lo apprezzano e pretendono di scritturarlo (in questi casi non gongola, perché dà per scontato che lo vogliano usare per dare lustro ai loro progetti che ritiene strampalati), c’è chi non ricorda minimamente quale grande attore lui sia stato (dimenticanze che lo colpiscono come lame nei fianchi) e c’è anche chi lo ricorda, sì, ma non per quello che lui ritiene importante ma per particolari irrilevanti o che magari lui vorrebbe che il mondo dimenticasse (circostanze che procurano un dolore che non intacca la superficie indurita del suo ego, ma lo distruggono nel profondo).

Bojack resta in sospeso tra l’andare avanti e l’autocommiserazione. Gli si presentano alcune opportunità per rimettersi in gioco, ma le evita. Oppure le inizia ma non le finisce, fugge via e le lascia a metà. Inventa scuse, “se la racconta”, vive nella terra di mezzo tra la certezza del meno peggio e il timore del tracollo. La nostalgia del passato è qualcosa in cui rifugiarsi. Perché rischiare di scoprire che in realtà il ricordo della sua grandezza è solo frutto di distorsione mnemonica e autoindulgenza?

Eppure Bojack, per me, non è un personaggio negativo. È un cavallo a cui non è possibile non voler bene. È una “persona” profondamente ferita, fragile che si sforza di andare avanti al meglio. Il cavallo padre di Bojack è stato uno scrittore fallito. Ha passato tutta la sua vita credendo di saper scrivere e cercando di convincerne gli altri, a cominciare da sua moglie, ma alla fine è uscito di scena senza nemmeno una pubblicazione di successo. Quando non riusciva a concludere gli interminabili capitoli del suo romanzo non perdeva occasione per vomitare addosso al figlioletto Bojack le sue frustrazioni. La madre, invece… una donna dura, giudicante, un personaggio bidimensionale, che ha passato la vita capendo cosa il figlio avesse bisogno di ricevere da lei per evitare accuratamente di darglielo. Il figlio le mostrava quali acrobazie avesse imparato a fare? Lei gli rispondeva che era grasso e che non lo voleva tra i piedi. Nell’elogio funebre per la madre (la mia puntata preferita per l’intensità che esprime il protagonista) Bojack confessa che l’unica cosa che avrebbe voluto da lei era sentirsi dire “io ti vedo”, tutto qua. Che lei gli riconoscesse almeno di essere “un oggetto nel suo campo visivo”.

Bojack è un narcisista figlio di narcisisti. Il narcisismo del padre è tinto di fantasie megalomani che ambivano a creare qualcosa di eterno. Il narcisismo della madre è animale e banale come il male secondo Hannah Arendt, miseramente ancorato alla necessità di sopravvivere biologicamente a costo di annientare qualsiasi spunto di trascendenza. La triste verità è che il secondo soggetto, più conservativo, sopravvive al primo che si schianta come Icaro troppo vicino al Sole. Il narcisismo di Bojack è ereditato dal padre. Come per l’Amleto di Shakespeare, la sua guerra interiore si consuma per decidere se portare avanti il progetto di grandezza del padre, tenendolo congelato nel ricordo di quando era una star di una serie TV di successo, oppure dare pari dignità di espressione ad altre parti del suo Sé e fare i conti con la sua vulnerabile umanità.

Assume psicofarmaci, usa le persone per nutrirsene in modo compulsivo. Sì, decisamente una canaglia nel rapporto con gli altri. Però si pone in modo autentico, riconosce le proprie responsabilità e ne è consapevole. Sa ascoltare chi ha bisogno, perché vive a contatto con le proprie emozioni. Si protegge ma non si difende. Bojack ha dentro di sé uno schema che guida il suo modo di instaurare le relazioni, un modello che lo preserva e lo isola al tempo stesso: sa che non può dipendere da nessun altro che da sé stesso, in caso contrario andrebbe sicuramente incontro a delusioni troppo cocenti e traumatiche.

Bojack è simpatico. Molto simpatico. Fa ridere, ha uno spiccato senso dell’umorismo e la gente gli vuole bene. In fondo i party a casa sua sono sempre un successo perché riesce ad essere generosamente accogliente.

Bojack è uno che vuole ricominciare, vuole ripartire da qualcosa che dentro di lui si è interrotto qualche anno addietro. Spera disperatamente di avere ancora altre possibilità per essere un cavallo migliore e si fa il tifo per lui.

 

cosa succede quando improvvisiamo?

 

 

 

 

 

 

Per avere successo, non è sufficiente prevedere, dobbiamo anche imparare a improvvisare.

Isaac Asimov

Teatro e psicoanalisi sono due mondi che hanno molto in comune. La letteratura teatrale ha dato vita a numerose metafore psicologiche, offrendo una varietà di letture delle dinamiche umane. Tra tutti sicuramente si può citare il teatro greco che ha messo in scena sentimenti umani primordiali, complessi ed eterni. Superfluo ricordare l’origine del celebre “complesso di Edipo”, personaggio ormai conosciuto più per il riferimento freudiano che per le tragedie greche.

In questa nota propongo una riflessione in ottica psicodinamica su un particolare tipo di teatro, quello di improvvisazione. A partire dall’incanto che ho sperimentato assistendo ad alcune performance di questo genere, mi sono chiesto cosa ci accade quando improvvisiamo.

Nel film “La grande bellezza” il personaggio Jep Gambardella dice che “È così triste essere bravi: si rischia di diventare abili”. Lungi da me il sottovalutare l’importanza dell’essere preparati e competenti in un determinato campo, anzi, soprattutto in quest’epoca storica credo sia una deriva da scongiurare. E poi, spiegava Dario Fo, l’improvvisazione teatrale non è un dono divino, ma piuttosto mestiere che si può affinare con l’allenamento.

Nello spassoso video al seguente link è possibile vedere un esempio di questa tecnica —> VIDEO

In teatro la tecnica dell’improvvisazione è antica. Viene fatta risalire ad Aristofane, poi le importanti testimonianze nella gloriosa tradizione della Commedia dell’Arte, fino ad arrivare ai mostri sacri del teatro di rivista del novecento. Il mio recente interesse verso questa tecnica è nato assistendo ad alcuni spettacoli nei cosiddetti teatri off di Roma. Non nascondo la mia ammirazione per chi riesce in questa delicata arte, tuttavia mi sono chiesto cosa possa spingere una persona a mettersi così a nudo davanti a un pubblico, senza nemmeno la copertina di Linus offerta dal copione.

Soprattutto, di fronte ad improvvisazioni particolarmente ben riuscite, ci si domanda come fanno gli attori ad essere così spontaneamente brillanti. Parte della risposta è nell’affermazione di Dario Fo rispetto all’affinamento della tecnica, ma sento che ci sia anche molto altro. Ho così avvicinato Emanuela Santilli, una giovane improvvisatrice del gruppo Assetto Teatro, per tentare di scoprire di più.

Emanuela, cosa ti ha spinto a dedicarti a questo particolare genere di teatro?

Il teatro di improvvisazione è il climax della libertà umana. Mette in luce l’abilità dell’attore ed insegna a reagire agli input che arrivano dall’esterno, attuando un comportamento innato ed idoneo. E’ un tango appassionato tra l’individuo e l’ambiente esterno, non esiste un canovaccio, la narrazione regge esclusivamente per le relazioni e l’istinto intuitivo dei personaggio. Si rielaborano le emozioni a livello cognitivo e viscerale, e si creano quelle domande o risposte per permettere alla storia di crescere, portando tali informazioni a sostegno di un’opportunità in funzione della specifica situazione.

Perché ci si iscrive ad un corso di improvvisazione?

La domanda me la pose la mia insegnate del primo anno. Insieme arrivammo a dire che, inequivocabilmente aiuta a sentirsi meno timidi, stempera l’ansia, si impara a fare arte e ci si mette comunque sempre alla prova. Sopra ogni cosa non dobbiamo dimenticare che l’improvvisazione è però divertimento.

A cosa pensi quando entri in scena?

Nell’improvvisazione il corpo in scena può essere plasmato a nostro piacimento, ci si muove necessariamente su più livelli. All’inizio dell’azione di scena non conosciamo il reale significato di ciò che improvviseremo. Tutto è nuovo e l’unica cosa che so è di non sapere nulla, ed è proprio questo “vuoto” che trainerà il gruppo. Poi, poco alla volta, tutti iniziamo a prenderci dei rischi calcolati, ci buttiamo e capiamo che c’è qualcosa che si sta muovendo. In poco tempo passiamo dallo stare in un angolo della classe a fare piccole improvvisazioni di pochi secondi. È una fase veloce. Superati queste prime sensazioni c’è bisogno di una attenzione maggiore per unire tutte le cose e per farlo dobbiamo necessariamente rallentare. Nel momento in cui il processo di acquisizione si rallenta, bisogna raccogliere le informazioni e dargli una forma concreta. Tutto quello che abbiamo imparato fino ad ora va applicato… tutto insieme.

Sembra difficile…

Infatti subentra la frustrazione. Perché pensiamo di non riuscirci, vediamo che gli altri vanno avanti mentre noi non sappiamo applicare più strumenti insieme. Quasi “magicamente” alla fine accade qualcosa, come un click nella testa e in questa ultima fase il processo di apprendimento è completo e il cervello manda in background le informazioni per permettere di acquisirne altre. In poche parole quello che abbiamo appreso diventa un automatismo e possiamo pensare ad altro. E qui cominciamo a divertirci!

Il processo descritto da Emanuela è tipico di altre situazioni nelle quali ci proviamo nella creazione di nuovi significati: il processo creativo, appunto. Nella metafora del teatro risulta molto chiaro come le diverse modalità sensoriali giochino un ruolo inestricabile. All’inizio dell’azione prevale il corpo e le sensazioni fisiche ad esso legate, il resto è mistero poiché non si sa dove si andrà a parare. La creazione nasce da un atto di fede verso il mistero. Poi i sensi si acuiscono e ciò che conta è sintonizzarsi con l’ambiente. Superati questi livelli primari ha inizio l’azione consapevole e gli improvvisatori possono finalmente vedere cosa hanno dipinto sulla tela scenica, come dei pittori che hanno lavorato al buio.

C’è una cosa che si capisce bene dal “noi” che Emanuela usa in diversi passaggi. La potenza del lavoro di improvvisazione in scena sta nell’alchimia che le persone riescono a creare. Il mistero iniziale è soprattutto dato dall’impossibilità di prevedere le nostre reazioni a seguito dei comportamenti dell’altro a noi ignoto. Solo quando si fortificano le interconnessioni tra le persone è possibile vedere come il proprio comportamento influenza quello dell’altro. Come dire vedere sé stessi attraverso gli occhi degli altri. Il sentimento di fiducia aumenta e ci si libera nel piacere del divertimento.

La frase, il gesto, l’azione scenica che si improvvisa appare come qualcosa che si è venuto a creare nel campo intersoggettivo, non una creatura figlia di un unico soggetto. La bravura dell’attore risiede nella capacità di sintonizzarsi come un’antenna con l’ambiente circostante e fare quella cosa giusta nel momento appropriato e coi tempi adatti. Ascoltando le interviste di attori che recitano nel teatro di prosa, quello scritto da un drammaturgo, spesso si sente dire che ogni replica è diversa. Questo significa che, pur riproducendo una sceneggiatura dettagliatamente scritta e provata, c’è sempre qualcosa che cambia nell’interpretazione, sia per lo stato fisico e mentale dell’attore stesso (ovviamente) ma anche per le reazioni e gli stimoli che riceve dall’esterno. In una commedia, ad esempio, il ritmo è fortemente condizionato dalle risate del pubblico.

Anche il processo psicoanalitico è innanzitutto un processo creativo creato nell’incontro con l’altro. Freud ne L’interpretazione dei sogni descrive la tecnica della libera associazione nei seguenti termini:

« Gli si dice [al paziente, NdR] dunque che il successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli osservi e comunichi tutto ciò che gli passa per la mente e non sia tentato di sopprimere un’idea perché gli sembra insignificante o non pertinente, un’altra perché gli sembra assurda: che deve comportarsi con tutta imparzialità nei confronti di ciò che gli viene in mente, perché dipenderebbe proprio dalla critica se non riuscisse a trovare la soluzione del sogno, dell’idea ossessiva, e così via, di cui si è in cerca»

Il padre della psicoanalisi chiedeva agli analizzandi di rispettare questa regola aurea affinché potessero essere eluse le difese psichiche che altrimenti non avrebbero permesso ai contenuti inconsci di emergere. Dal canto suo, l’analista, si sarebbe lasciato andare ad un particolare tipo di ascolto, dal nome che rimanda a viaggi interplanetari: l’attenzione fluttuante. Un vagare nello spazio, analitico, per cogliere le tracce della mente dell’altro, come un esploratore notturno che si affida alle proprie conoscenze e intuizioni per capire dove orientare il flebile fascio di luce della torcia che lo guida. Un incedere, quello dell’analista, che non può essere legato a schemi troppo rigidi, ma deve poter fluttuare in modo creativo per cogliere i contenuti che pur esistendo non sono manifesti.

Tuttavia, dal punto di vista metodologico, nel modo come Freud prescriveva la “regola aurea” emerge un approccio tipico del primo periodo della psicoanalisi, distesi sul lettino si riceveva un invito coercitivo: sii spontaneo. Nel tempo ci si è sempre più resi conto che la creatività, ovvero la capacità di generare significato all’interno di un contesto dato, non può essere un diktat ma spesso il punto di arrivo di un processo con tempi variabili.

Emanuela ci parla di un tango appassionato, questa è oggi la psicoanalisi. Come nel teatro di improvvisazione nascono le interconnessioni tra gli attori, così nell’analisi si procede in due nel percorso creativo. La conoscenza di sé passa da momenti di insight individuali e diventa nuovi comportamenti grazie all’esperienza di condivisione con l’altro, ossia l’analista. In “Mestiere e ispirazione” Lichtenberg parla di “indossare le attribuzioni”, in altre parole diventare il personaggio suggerito dal paziente per consentirgli di recitare un dialogo attraverso il quale sviluppare la propria storia narrativa. Da un lato c’è la competenza e la preparazione dell’analista che, consapevolmente, si lascia andare alle fluttuazioni creative, dall’altro lato della stessa scena c’è la competenza dello stare al mondo del paziente, che disegna nuovi possibili sviluppi della propria storia.

la vergogna ci fa sentire persone orribili

shame

Viaggiando in una comoda auto
su una strada bagnata di pioggia,
vedemmo un uomo tutto stracciato sul far della notte
che ci faceva cenno di prenderlo con noi ,
con un profondo inchino.
Avevamo un tetto, avevamo un posto
e gli passammo davanti
e udimmo me che dicevo con voce stizzosa:
no, non possiamo prendere su nessuno.
Eravamo proseguiti un bel pezzo,
forse una giornata di cammino,
quando di improvviso mi spaventai della mia voce,
del mio contegno e di tutto questo mondo.

Bertolt Brecht

La vergogna è un sentimento che ammanta con un mantello che ha il potere di avvolgere e spogliare al tempo stesso. Ripensare a episodi che ci hanno fatto sperimentare questo stato spesso ci fa chiudere gli occhi, abbassare il capo e, in un attimo, il desiderio di sparire è ripristinato nel momento presente così come allora. La vergogna è percepita fisicamente, sotto pelle. Per la sua persistenza nel tempo è un mantello pesante che ci inchioda al passato, per la voglia di scomparire che sentiamo è chiaro che ci fa sentire nudi.

Lord Jim è il capolavoro di Conrad che racconta lo struggimento senza requie di colui che, dopo aver agito un comportamento giudicato da se stesso come riprovevole, è costretto a cercare riscatto in eterno. Il protagonista si avventura su di un’imbarcazione adibita al trasporto di ottocento pellegrini chiamata Patna. A seguito di una collisione l’equipaggio comincia a scappare con le scialuppe di emergenza e Lord Jim resta bloccato in un lungo attimo di esitazione, dopodiché decide di mollare i passeggeri e mettersi al sicuro come già fatto dalla ciurma. Questo evento lo tormenterà per tutta la vita e come pietra dello scandalo farà sì che egli cominci a intraprendere una serie di scelte difficili per riscattare la propria dignità. E’ interessante notare come Conrad abbia introdotto un particolare nella narrazione che sgombra qualsiasi dubbio interpretativo sull’epopea interiore di Lord Jim: si può tranquillamente parlare di vergogna e non di senso di colpa poiché egli scopre assai presto che tutti i pellegrini siano riusciti a salvarsi dopo la sua fuga. Ciononostante non riesce ad accettare il suo vile comportamento che lo fa sentire impresentabile al mondo. Possiamo dire che il senso di colpa è causato da qualcosa che è stato fatto, mentre la vergogna da ciò che sentiamo di essere, a prescindere dalle conseguenze delle nostre azioni perché restiamo ancorati ai fantasmi delle nostre spregevoli intenzioni. Per quanto riguarda Lord Jim ne consiglio sicuramente la lettura, non starò qui a dilungarmi sul prosieguo del racconto (vi lascio il gusto della scoperta), tuttavia aggiungo soltanto che i demoni del nostro antieroe non lasceranno facilmente la sua anima nonostante compia gesta estremamente valorose.

Nel romanzo Lord Jim cerca occasioni di riscatto personale intraprendendo un viaggio verso territori orientali sempre più remoti, quasi a voler tornare all’inizio del giorno laddove il sole sorge. Chiunque ripensi a situazioni che abbiano provocato sentimenti di vergogna desidererebbe avere una seconda possibilità e provare a percorrere strade più decorose: solo così si può cancellare l’infamia. Ed è esattamente questo il punto che ingabbia, che rende impotenti e nudi sotto il pesante manto.

Secondo la psicoanalisi di Heinz Kohut la sfera vulnerabile della vergogna rientra nei deficit narcisistici. C’è un tempo precoce nel quale tutti i bambini (dai 2 ai 4 anni) prendono le misure con il proprio Sé-grandioso, ossia si dedicano alla scoperta del potere personale che dà loro la sensazione di essere onnipotenti. In base alle risposte dei genitori questa fase può essere superata con maggior o minor successo. L’evoluzione positiva farebbe sì che il bambino più grande, e il futuro adulto, abbia dentro di Sé una buona sintesi tra l’onnipotenza e la realtà, percependosi come individuo unico in grado di stare e agire nel mondo. Qualora i genitori, per proprie caratteristiche personali o influenze ambientali, non siano in grado di offrire risposte empatiche al primitivo Sé-grandioso del figlio questi potrà sviluppare un senso di Sé inautenticamente “potente” (senso di vanagloria, orgoglio, arroganza) per proteggere le proprie vulnerabilità, oppure, sul versante opposto, un’identità personale sperimentata come eccessivamente impoverita (bassa autostima, vergogna, depressione), perché la parte onnipotente è stata precocemente fagocitata dalla realtà, evidentemente più forte del bambino.

Scrive Conrad:

 

[…] e forse il mio Jim è anche un tipo fuori dal comune. In un’assolata mattina, lungo una strada orientale, vidi passare la sua forma -piena di fascino, densa di significato- oppressa da una nube, in un silenzio perfetto. Era quello che doveva essere. Spettava a me, con tutta la simpatia di cui ero capace, cercare le parole adatte a descrivere ciò che lui rappresentava. Era uno di noi.

Nel romanzo Lord Jim, forse, avrebbe tratto maggiore sollievo e cura nel sentirsi rispecchiato empaticamente per l’errore commesso, arrivando a sentire profondamente che qualcuno per lui significativo lo considerasse “uno di noi”; nello stabilire una relazione affettiva e di fiducia che gli avrebbe consentito di restarsene nudo con le sue vergogne e non desiderare di sparire.

 

 

quanto si può sopportare in nome dell’amore?

credits: gianni de conno
Una lettura psicoanalitica del film Dogman di Matteo Garrone (livello di spoiler basso)

Marcello è dolce, fragile e apprezzato da tutta la comunità della periferia in cui vive. Conduce una vita fatta di lavoro e incontri programmati con la figlia, Marcello è un padre separato. Perché la scelta dell’autore di una tale configurazione famigliare? Forse per farcelo immaginare non coinvolto in una relazione d’amore adulta. Marcello è come un bambino, ama con la sete di chi vuole essere amato. I cani sono il suo punto di equilibrio, costituiscono quello che il padre della Psicologia del Sé, Heinz Kohut, definirebbe l’oggetto-Sé, ossia un supporto e il nutrimento del proprio Sé che altrimenti fragile. Chiama la figlia e i suoi cani con la stessa parola strascicata “amoreee”, un’esplosione di gioia che suona forzata. Il cane è il miglior amico dell’uomo, la relazione instaurata con i cani rappresenta un rapporto tra due soggetti con caratteristiche simmetriche, o quasi. Sotto il travestimento da cane che Marcello ha indossato per essere accettato c’è vergogna, rabbia e desiderio di vendetta.

Marcello vuole stare bene con tutti senza distinzione. Anche con chi non mostra alcuna empatia nei suoi riguardi. Marcello si lascia fagocitare nella relazione di amicizia con Simoncino senza opporre resistenza. Il bisogno di soldi che lo lega al sodale e fa sì che si renda complice di atti criminali, oppure la paura di una ritorsione fisica da parte dell’amico energumeno, non sono le ragioni profonde di un attaccamento che potrebbe essere definito masochista. La possibilità di ricevere parte del bottino in cambio di una rapina è una soddisfazione simbolica, metonimia di un risarcimento concreto per il Sé deprivato nella relazione patologica. D’altra parte, la paura dell’offensiva fisica è anche l’incarnazione della paura della comunità, che darebbe a Marcello riscontro tangibile di essere estensione di un Sé sociale, una parte del tutto. Dal mio punto di vista, più che il bisogno di denaro o la paura di essere vittima dell’ira di Simoncino, ciò che veramente impedisce al protagonista di prendere le distanze dall’amico vessatore è la sua profonda incapacità di tollerare la vergogna di sentirsi non degno di amore e la conseguente angoscia di frammentazione del Sé.

Nell’articolo “liberare lo spirito dalla sua cella”, lo psicoanalista Bernard Brandchaft ci parla di Patrick, un paziente che aveva raggiunto un ampio successo nella sua professione di architetto, sposato con una moglie amorevole dalla quale aveva avuto dei figli. Tuttavia, nonostante il quadro apparentemente senza nessuna particolare problematica, conduceva una vita intrisa di senso di vuoto, che riusciva a contenere soltanto immergendosi nel lavoro fino allo sfinimento. “Se si allontanava minimamente da questa esistenza ritualizzata veniva invaso da terribili presentimenti. Era costretto a concludere ciò che suo padre aveva sempre sostenuto: che la sua insistenza nello scegliere personalmente la propria vita, e la non accettazione del fatto che il padre la scegliesse per lui, costituiva una indiscutibile dimostrazione della sua stupidità o caparbietà”.

Brandchaft sostiene che il suo paziente avesse organizzato una struttura psicologica, che gli garantisse almeno un vago senso di coesione del Sé, ricorrendo ad un “adattamento patologico”. La realtà psichica dei genitori, con i loro bisogni, si era imposta su di lui disconoscendolo come soggetto autonomo. Pur di mantenere il legame necessario alla sopravvivenza fisica e psicologica, il piccolo Patrick aveva imparato a rinunciare all’espressione di quelle iniziative e bisogni personali che potevano entrare in conflitto con le esigenze e aspettative genitoriali. Da qui deriverebbe la nascita di una struttura di adattamento che obbliga le persone come Patrick a continuare a definire sé stesse rispetto ai bisogni e ai timori degli altri.

La rinuncia alle proprie parti più autentiche si accompagna alla convinzione che l’aspirazione ai bisogni evolutivi personali sia espressione di un difetto ripugnante o di una cattiveria interna per la quale non si è degni d’amore. Viene creato, così, un irraggiungibile Sé Ideale nel quale collocare, attraverso il processo della dissociazione, i contenuti affettivi autentici ma incompatibili; mentre il Sé patologico può continuare a rappresentare un’immagine di sé purificata dai contenuti affettivi “cattivi”, quindi amabile.

In altri termini, l’adattamento patologico come definito da Brandchaft farebbe sì che il Patrick bambino abbia appreso il seguente schema: per essere amato dai miei genitori devo anteporre la loro realtà psichica alla mia, qualora le mie parti più autentiche dovessero emergere in contrapposizione con le attese dei miei genitori le attribuirei ad un me-cattivo e indegno, piuttosto che mettere in discussione la bontà dei miei genitori e il legame di amore che mi unisce a loro. Il me-cattivo quando emerge mi fa sperimentare vergogna perché mi sento mostruoso e l’impossibilità di soddisfare i miei sani bisogni evolutivi mi fa provare rabbia perché mi sento violato.

Heinz Kohut nel testo “Le due analisi del signor Z” propone che le persone imprigionate in questa struttura psichica non solo provano l’acuta angoscia di perdere un legame primario e rimanere soli, ma anche la disperazione per il timore della perdita di Sé, poiché il senso profondo della propria identità si forma nel contesto relazionale originario (se non sono quella persona che i miei genitori hanno sempre amato, chi sono?).

Tornando a Dogman, Marcello va avanti riuscendo a trovare un suo equilibrio adattandosi patologicamente al contesto sociale, traendo nutrimenti che però lo costringono a restare nella sua gabbia. Combatte il senso di vuoto grazie alla fiducia che i clienti gli ripongono affidandogli i loro “oggetti” amati, grazie al rapporto primordiale che ha con la figlia, rappresentato dalle immersioni sottomarine che riconducono ad un ambiente presimbolico e precedente alla nascita del linguaggio, grazie all’identificazione con la violenza di Simoncino con la quale vicariamente sfoga la propria rabbia, grazie alla condotta illegale con la quale soddisfa il suo Sé-cattivo. Ma soprattutto grazie alle rituali partite di calcetto che rappresentano l’epifania della sua disperata lotta interiore per “essere con l’altro”.

Quando un elemento di questo perverso meccanismo viene meno l’equilibrio si rompe. La dolorosa gabbia di Marcello comincia a mostrare una crepa dopo l’altra, fino ad andare completamente in pezzi. Neanche le grigie pozzanghere riescono più a restituirgli la sua immagine, seppur oscurata. Matteo Garrone esprime una sintesi perfetta tra capacità estetica, nella scelta della fotografia e inquadrature, e capacità di sondare nel profondo l’animo umano.

La comunità nella quale il protagonista si sentiva così integrato non si mostra minimamente disposta a comprenderlo e tantomeno perdonarlo. E questo è intollerabile. La rabbia prende il sopravvento e il conseguente acting out grida il suo bisogno di risarcimento immediato. Marcello sperimenta la solitudine e si trova faccia a faccia con le sue angosce, così fa l’unica cosa che ritiene si possa fare per rispettare la sua autentica rabbia e per sentirsi finalmente degno. Il fuoco cancellerà ogni traccia e il processo di depurazione dalle sue parti mostruose, ma autentiche, avrà luogo. All’alba del giorno più livido, dopo aver compiuto il gesto definitivo, le urla degli amici che giocano a calcetto lo richiamano dall’aldilà della sua anima e gli rammentano che sono loro gli déi che vanno onorati. Marcello fa ricorso a tutte le sue inaspettate forze per portare, come farebbe un cane da riporto per il suo padrone, la vittima sacrificale in spalla verso il miraggio della sua completezza.

festival della Psicologia 2018

   credits: Alessandro Gottardo

 

Festival della Psicologia – Ordine degli Psicologi del Lazio

Ho deciso di aderire perché condivido la proposta di favorire il dialogo tra professionisti e utenti, per illustrare in cosa può essere utile la psicologia. Leggi le agevolazioni che sono previste per chi intende usufruire dell’iniziativa: fino al 30 giugno puoi scaricare il voucher, da utilizzare entro il 2018, per fissare un appuntamento presso lo studio di San Giovanni.

A chi è rivolto? Assolutamente a tutti.

Quali sono i contenuti del programma? Dialoghi tra psicologi e ospiti provenienti da ambiti disciplinari limitrofi (guarda il sito). E possibilità di fissare incontri gratuiti per intraprendere percorsi di consulenza o psicoterapia a tariffe agevolate.

Qual è il tema dei dibattiti di questa edizione 2018? Riflettere sulle sfide che la società ci presenterà nel prossimo futuro.

  

 

il padre e la fondazione delle famiglia

Abby_Wright_Custom_Portait_Illustration_Baby_Father_Illustrator
dal sito www.abbywrightillustration.com
         Nel giorno della festa del papà alcune riflessioni su questo ruolo in continua definizione, concentrandomi in particolare sulla funzione svolta nelle primissime fasi della nascita della famiglia. In particolare riprendo una mia precedente nota, pubblicata in occasione della partecipazione al convegno “Con i genitori 2017”, evento diretto a psicologi, pediatri, operatori del settore pubblico e altre figure che costituiscono la rete professionale e sociale nel settore.

Continue reading “il padre e la fondazione delle famiglia”

nessuno è profeta nella propria patria

bcu.ac.uk
dal sito http://www.bcu.ac.uk/courses/illustration-ba-hons-2018-19

 

La parola talento è spesso abusata, a volte fraintesa, fino a svuotarsi di significato o innalzarsi a qualcosa di irraggiungibile.

Questo film racconta la storia di Rodriguez, un talentuoso musicista americano degli anni ’60, che ha avuto la casualità di vivere in una terra che non aveva la capacità di comprenderlo. Così, rassegnato, ha mollato la chitarra e ha “ripreso a lavorare”, come ha raccontato in un’intervista rilasciata molti anni dopo, mettendosi a fare il muratore.

Nel frattempo, in un mondo parallelo era diventato famoso, letteralmente più famoso di Elvis Presley, ma a sua insaputa. Anzi, più che famoso era considerato un eroe: in Sud Africa Rodriguez era diventato la colonna sonora della lotta contro l’apartheid; centinaia di cittadini cantavano le sue canzoni durante le manifestazioni di rivolta e le sue parole venivano riprese dagli striscioni dei cortei.

E mentre lui alzava muri e si spaccava la schiena nei cantieri edili il suo lontano pubblico lo aveva creduto morto, al contrario di chi ritiene che Elvis abbia continuato a godersi la vita in una località segreta dopo la sua morte dichiarata. Nessun mezzo di comunicazione di massa parlava di Rodriguez: l’establishment lo ha sempre ignorato. In Sud Africa si pensò ad un suicidio, ma non in una modalità qualunque, e iniziarono a girare le storie più incredibili su come avesse deciso di togliersi la vita. Solo così le persone potevano digerire quel lutto immenso, attraverso la costruzione di una leggenda nella quale collocare l’eroe per continuare a idealizzarlo.

Un giorno un detective musicale sudafricano volle far luce su come realmente Rodriguez si fosse suicidato. Dopo l’ostinazione di anni, tipica del cacciatore che segue le tracce della preda più significativa della sua vita, l’investigatore fece la clamorosa scoperta. “Sugar man” (così chiamato dal titolo di una canzone molto amate) viveva a Detroit nella sua casa di sempre, la stessa da quasi 50 anni nella più semplice normalità. Rodriguez non poteva credere alla fama che si era conquistato al di là dell’oceano Atlantico. Inizialmente era stordito, assolutamente impreparato ad accogliere così tanto riconoscimento. Poi si è lasciato convincere dall’uomo che lo ha seguito, è il caso di dirlo, nell’altro mondo. Rinato a nuova vita, Sugar man ha accettato di suonare davanti quel pubblico che lo aspettava da sempre. La folla era delirante e lui la guardava con lo stupore di un bambino e la calma di un eroe. Finalmente al posto giusto.

Questa storia di un eroe inconsapevole mi ha fatto chiedere “cosa siamo quando parti di noi non vengono riconosciute”. Rodriguez rispetto al lavoro come manovale dichiarò “è stato bellissimo, è un lavoro che ti fa sentire vivo”, nel frattempo la parte più talentuosa ed energica del proprio Sé restava comatosa, sospesa tra vita e morte. “Nemo propheta in patria ‹… profèta im pàtria› (lat. «nessuno è profeta nella sua patria»), espressione usata per dire che difficilmente si possono vedere riconosciuti i propri meriti, o comunque i meriti di una persona, nel proprio paese (dove si è per lo più conosciuti come uomini comuni, e con le debolezze di questi), o per lamentare il fatto che spesso le invidie e l’incomprensione dei propri conterranei costringono gli uomini di valore a cercare il successo lontano dal proprio paese” (Treccani)

Rodriguez era dentro due vite parallele, in una era muratore e in un’altra artista carismatico e leader “spirituale” di un movimento di lotta civile. Mentre viveva l’una era totalmente all’oscuro dell’esistenza della seconda, in termini psicodinamici a Detroit conduceva la vita consapevole e in Sud Africa quella dissociata nel proprio incoscio. Immagino il lavoro svolto dal detective come quello di uno psicoanalista che aiuta il paziente a mettere in comunicazione parti del Sé che comunicano in modo discontinuo.

“Coming from reality” è il titolo di un suo album. Ma venire dalla realtà per andare dove, Sugar man? Forse ti riferisci al sogno di te stesso, quello che hai fatto ad occhi aperti davanti alla folla oceanica che ti riconciliava col tuo destino.

Ascolta una delle sue canzoni più rappresentative: Sugar man.

la società ci impone i suoi desideri

wunsch_spaceman111
credits: Dennis Wunsch

 

Recensione del film “Guida perversa all’ideologia” di S. Fiennes

La società ci impone i suoi desideri, il film dimostra però che se mai avessimo l’opportunità di cambiare questo ne sentiremmo la dolorosa mancanza.

Articolo pubblicato nella rivista online State of Mind
 

Il presupposto è, ovviamente, che le ideologie non sono affatto morte, come qualcuno ripete meccanicamente da anni. Secondo il filosofo e psicanalista sloveno un esempio di ottima salute di cui gode il sistema ideologico è dato dalla faticosa lotta che Barack Obama ha dovuto combattere per attuare la riforma sanitaria: prova di una irriducibile ideologia dell’individualismo sregolato.

La società in cui viviamo, con i suoi emissari che prendono le forme di Marketing, Religione, Famiglia, Istituzioni organizzate, ci guida silenziosamente lungo il corso della nostra vita e ci impone quelli che sono i suoi gusti, costumi e desideri, fino al punto di non essere più in grado di comprendere se questi sono davvero nostri o se ci sono stati instillati.

Fin qui niente di nuovo, quasi banale. Ma non è la cosa più inquietante: Žižek dimostra (citando Hollywood, in particolare Carpenter – ‘Essi vivono’ – e Frankenheimer – ‘Operazione diabolica’) che, se mai avessimo l’opportunità di cambiare questo status di surrogato di noi stessi sentiremmo la dolorosa mancanza di ciò che siamo. Sentiremmo il bisogno di difendere tutte quelle piccole cose che ci fanno sentire al sicuro e che ci tengono per mano lungo il cammino della nostra vita. Come dice David Pollens, psicoanalista che lavora a New York:

Molti vengono a chiederci aiuto e subito dopo cercano di impedirci di aiutarli […]. Come fai ad aiutare una persona quando ti dice, in un modo o nell’altro, ‘Non aiutarmi’? La psicoanalisi è tutta qui.

Un secondo esempio di condizione ambivalente nella quale si trova a vivere l’Uomo la troviamo nel capitolo del film dedicato al concetto di godimento (jouissance, per dirla come Lacan). Žižek ha già affrontato il tema in ‘Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo‘ (Bollati Boringhieri, 2009).

Godi!‘ è l’ossessione imposta dalla società contemporanea. Il Super-Io, prima depositario del divieto di godere (Freud), diventa ora il tiranno che impone il divieto di non godere (Lacan), a tal punto che «non ci si sente più in colpa quando ci si abbandona a piaceri illeciti, come prima, ma quando non si è in grado di approfittarne, quando si arriva a non godere». La condizione dei pazienti sul lettino è cambiata nei decenni:

Un tempo, si contava sulla psicoanalisi affinché consentisse al paziente di superare gli ostacoli che gli impedivano l’accesso a una normale soddisfazione sessuale (…). Oggi il godimento funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere.

Godimento è cosa diversa dal semplice piacere, nella contrapposizione dovere-piacere il godimento si soddisfa solo includendo entrambe le polarità: provando piacere e al contempo sofferenza per aver eluso il dovere.

In un passaggio del film Žižek nota che la Coca-Cola ha il potere di protrarre il desiderio. Il paradosso di questa bevanda è che se sei assetato desideri berla, ma più la bevi e più provi sete. E’ il desiderio del desiderio stesso, il desiderio di continuare a desiderare. Il prodotto menzionato è figlio di un’ideologia, quella consumista.

Per Kafka l’uomo moderno ritrova l’unico contatto col Divino nella Burocrazia. Quest’altra ideologia, attraverso l’onnipotenza delle proprie procedure insensate ma obbligatorie, è espressione del godimento divino. Il produrre il nulla sul nulla, la mancanza di scopo, è il modo attraverso cui l’impianto burocratico genera il godimento che si riproduce all’infinito.

Che cosa è il Grande Altro dunque? Secondo Lacan è l’elemento base della struttura ideologica. Da un lato è l’ordine segreto delle cose, agente che garantisce il significato di ciò che facciamo. Molto più interessante è l’altra funzione, quella di mantenere intatte le apparenze.

Un esempio struggente ci è dato dal film di David Lean, Breve incontro. Due amanti decidono di darsi appuntamento al bar di una stazione ferroviaria per un addio estremamente malinconico, non potendo più portare avanti la loro passionale relazione. Ad un tratto fa il suo ingresso un’amica di famiglia della donna, descritta come stupida e decisamente invadente, che si accomoda al tavolo. Questa fastidiosa presenza irrompe nella loro intensa intimità e li travolge con un fiume di chiacchiere insensate. Parla fino a quando sopraggiunge il treno che li separerà per sempre portando via l’uomo.

La sconosciuta svolge la funzione di Grande Altro, durante la sua presenza i due amanti decidono di fingere di essere solo conoscenti e salvare le apparenze, per non minare la stabilità che l’entità suprema garantisce. Ma in una scena successiva la tragedia si esplicita in tutto il suo straziante dilemma: la protagonista guarda la stupida signora mentre continua a parlare e pensa ‘come vorrei potermi fidare di te’, la sofferenza accumulata per la separazione dall’amante vuole venir fuori, la protagonista vorrebbe incidere la sua Verità nella mente del Grande Altro. Ecco ancora una contraddizione, il Grande Altro ci obbliga a fingere ma vorremmo anche confessargli le nostre verità.

Ritengo che questa sia anche la funzione dell’analista. Attraverso il processo di transfert il terapeuta rappresenta sia un ordine precostituito al quale il paziente si relaziona, fatto di un’immagine composta anche dalle proprie fantasie, e sia un testimone delle proprie sofferenze.

Žižek propone due stati psicoanalitici: la perversione e l’isterìa. Nel primo caso il soggetto ha la totale convinzione che i desideri del Grande Altro siano i propri, nel secondo caso c’è la messa in dubbio destabilizzante di questo principio. Questo è lo stato più creativo. C’è sempre in ognuno di noi almeno una traccia di isterìa.

Nel film di Scorsese ‘L’ultima tentazione di Cristo‘, l’esperienza tormentata di Gesù viene letta come un’esperienza di isterìa, drammatizzata come una lotta coi propri demoni interiori. Il processo, in questo caso spirituale ma potremmo ipotizzarlo come analitico, di Cristo si conclude con la morte (che sappiamo essere una Rinascita). Negli ultimi minuti della propria vita, Cristo pone la domanda al cielo ‘Eloì, Eloì, lama sabactàni?’ (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?) e realizza: il Grande Altro non esiste.

Il filosofo giunge alla conclusione che il cristianesimo è più ateo dell’ateismo stesso. Nella religione cattolica il figlio di Dio raggiunge il punto più alto della propria consapevolezza prima di lasciare gli uomini da uomo, comprendendo che il padre non esiste. Nell’ateismo le persone possono dedicare intere vite a una o più ideologie, talvolta senza nemmeno averne contezza.

Siamo essenzialmente soli, ma attraverso la relazione con gli altri, reali o fantasticati, possiamo esprimere la soggettività e questa nuova solitudine può rappresentare la nostra salvezza.

Roberto Salati