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gruppi di parola

percorso per bambini figli di genitori separati/divorziati

credits: https://joypaton.com/illustration

Non crediamo si debba condannare la separazione in sè, a volte unica soluzione possibile, ma occorre fare in modo che ibambini soffrano il meno possibile e riescano a comprendere e ad esprimere al meglio quello che sta succedendo, offrendo loro le risorse giuste.

I Gruppi di Parola sono una forma d’intervento che si colloca in ambito preventivo e di promozione del benessere, sono rivolti a tutti i bambini che stanno affrontando questa complessa transizione familiare: non è necessario, quindi, che vi siano particolari difficoltà o disagi nei bambini.

I bambini sono coinvolti nella separazione dei loro genitori, spesso non sanno bene come esprimere la rabbia, la tristezza, i dubbi, le speranze, le difficoltà che incontrano per la separazione di papà e mamma.

Attraverso il gruppo il bambino potrà

  • esprimere ciò che vive attraverso parole, disegno, giochi di ruolo, scrittura;
  • porre delle domande liberamente;
  • dare un nome e gestire sentimenti, inquietudini, paure;
  • non sentirsi soli ed unici e trovare una rete di scambio e di sostegno tra compagni;
  • elaborare nuovi modi per dialogare con i genitori e nella nuova organizzazione familiare;
  • affrontare tutto questo in un ambiente accogliente, per un tempo limitato e con l’aiuto di professionisti esperti nell’ascolto di bambini che vivono in famiglie separate.

Come

Sono previsti 5 incontri di 3 ore ciascuno con cadenza settimanale.

È richiesta la presenza dei genitori (meglio entrambi) nella seconda parte del quarto incontro, durante il quale i bambini esporranno quanto prodotto nelle giornate precedenti.

Entro due settimane dal termine del percorso, ogni coppia genitoriale avrà la possibilità di avere un incontro con i conduttori.

Condizione indispensabile per l’iscrizione è l’autorizzazione firmata da entrambi i genitori.

I posti per ogni gruppo vanno da 4 ad 8 partecipanti (tra i 7 e gli 11 anni). È opportuno non inserire più di due fratelli all’interno dello stesso percorso.

Gli incontri hanno cadenza settimanale (generalmente il sabato pomeriggio) ed ogni ciclo partirà quando verrà raggiunto il numero minimo di adesioni.

Chi conduce il gruppo

Dott.ssa Francesca Romana Salimei, psicologa psicoanalista ISIPSé

Dott. Roberto Salati, psicologo psicoanalista ISIPSé

Gli interessati possono telefonare al 3393059679 oppure inviare un messaggio con la propria richiesta dal presente sito

giornata nazionale della Psicologia – 10 ottobre

In occasione della Giornata Nazionale della Psicologia, ogni anno il CNOP organizza eventi di carattere nazionale e promuove la pubblicizzazione della campagna con video dedicati, attraverso  mass media, social e testimonial, mentre gli Ordini organizzano eventi sul proprio territorio. Nel 2018 sono stati oltre 220.

“Nessun manuale può insegnare la psicologia; la si apprende tramite l’effettiva esperienza. In psicologia si possiede solo ciò di cui si è fatto esperienza nella realtà. Quindi una semplice comprensione intellettuale non è sufficiente, perché si apprendono solo i termini e non la sostanza interiore dell’evento in questione” (Carl Gustav Jung)

L’iniziativa Studi Aperti favorisce l’incontro tra i professionisti e gli utenti per far conoscere come la psicologia può aiutare a sentirsi meglio.

fantascienza e umanità

È nell’esperienza di tutti quanto la tecnologia sia entrata in ogni aspetto della nostra vita, costituendo spesso un prezioso alleato.

Molto spesso viviamo con la tecnologia in maniera talmente simbiotica che siamo portati ad abdicare parte della nostra esperienza diretta a favore delle performance dei device. Ebbene quali sono le competenze che dovremmo allenare per far fronte a questa sempre più costante connessione con la tecnologia?

Lo scrittore di fantascienza Philip Dick ha detto che “le finte realtà creeranno finti esseri umani”.

È importante tenere sempre sveglia e attiva la nostra consapevolezza.Per capire il futuro e ciò che non siamo ancora in grado di immaginare nitidamente probabilmente dovremmo essere tutti un po’ degli autori di fantascienza, con la loro capacità di guardare con distacco al presente, quel distacco che ha consentito a scrittori come Huxley, Orwell e Dick di analizzare con creatività la realtà circostante e immaginare i suoi possibili risvolti. Si può partire dalle loro estremizzazioni per mettere a fuoco alcune conseguenze psicologiche che potrebbero entrare in gioco nel futuro.

Questi autori hanno disegnato mondi distopici, ossia hanno messo l’accento sui rischi a cui la civiltà può andare incontro – con una bella dose di fantasia! Confrontiamo le loro visioni, tutte con un tratto in comune: l’utilizzo della tecnologia per modificare il contesto sociale.

Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” parla di una società globale sotto il controllo di un unico governo planetario, all’interno del quale vige un progetto antropologico che si prefigge l’eliminazione di ogni forma di dolore, di privazione, di sacrificio, per rendere il piacere immediatamente accessibile e fruibile in ogni momento da tutti. Quello disegnato da Huxley è un mondo in cui non c’è bisogno della dittatura per tenere a bada le persone; per mantenerne il controllo è invece molto più utile dare loro tutto quello che vogliono: “Devi insegnare alla gente ad amare la propria servitù”, disse lo stesso Huxley.

Se ci riflettiamo la tecnologia, almeno così come raccontata nello storytellingcomune, è diventata quasi sinonimo di soddisfazione immediata e sempre disponibile, purché ci sia un collegamento internet. Un qualsiasi device che portiamo con noi è l’evoluzione della lampada di Aladino: pronto a realizzare i nostri desideri, che una volta erano massimo tre, poi sono diventati illimitati grazie agli abbonamenti flat.

Nel Disagio della civiltà, Freud scriveva che “L’uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua felicità per un po’ di sicurezza”. In società con cambiamenti sempre più frequenti il tema della sicurezza è diventato ancora più sensibile.

George Orwell, con il best seller 1984, è sicuramente da considerarsi un altro autore di fantascienza che ha descritto con lucidità molti aspetti della nostra realtà attuale. Nel suo romanzo la società è governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto di persona e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini, tramite l’utilizzo capillare di telecamere.

Dal punto di vista psicologico sono tre i principali meccanismi attraverso i quali il Grande Fratello otterrebbe il controllo delle masse: la promozione del bispensiero, l’istituzione di una neolingua e il controllo delle informazioni.

1. Bispensiero è un termine coniato da Orwell. Esprime la volontà e la capacità di sostenere un’idea e il suo opposto. Ossia mette le persone in condizione di essere pronte, in ogni momento, a recepire qualsiasi verità venga prospettata loro. Sulla facoltà di pensiero tutto ciò avrebbe l’effetto di erodere la capacità di giudizio e conseguentemente predispone a considerare attendibile qualsiasi informazione si riceva. Questo meccanismo è all’attenzione di tutti oggi, si pensi al fenomeno delle fake news e alla cosiddetta post-verità. La possibilità di verificare la veridicità delle informazioni che vengono fornite verrebbe praticamente azzerata e varrebbe tutto e il contrario di tutto.

2. L’istituzione di una neolingua ha l’obiettivo di ridurre e inaridire il pensiero attraverso l’utilizzo di un linguaggio semplificato. La neolingua di 1984 aveva la caratteristica di cancellare dal vocabolario i sinonimi delle parole, in modo da ricorrere a poche, chiare e semplici categorie di pensiero e limitare la descrizione delle sfumature. La stessa sorte destinata ai sinonimi veniva riservata agli antonimi, ai contrari, che per loro natura possono dare voce e forma alle situazioni conflittuali. L’ambivalenza, anche quella espressa nel linguaggio da due termini contrapposti, genera sempre ansia e incertezza ed è per questo che tendiamo spesso a risolverla facendoci un’idea definitiva. Però le situazioni ambivalenti ci obbligano a compiere una ginnastica mentale salutare e ci incoraggiano (se abbracciamo l’ambivalenza, invece che negarla) a sviluppare una più profonda comprensione della realtà, delle alternative possibili e di noi stessi. Rispetto al tema della semplificazione del linguaggio si pensi a come oggi le immagini abbiano sostituito la scrittura, oppure all’utilizzo massiccio di emoji nei testi dei messaggi.

3. L’ultimo pilastro del paranoico governo di Orwell è rappresentato dal controllo delle informazioni. In 1984 esisteva un’unica fonte centralizzata che manipolava le masse attraverso la censura. Qui c’è la più grande differenza tra la società contemporanea e quella di 1984: l’uomo moderno dispone di fin troppe informazioni, siamo nell’epoca del cosiddetto sovraccarico cognitivo (information overloading). Diventerà sempre più distintiva la capacità di saper trovare le giuste informazioni, muovendoci in modo consapevole tra varie fonti, analizzando e applicando i filtri che consentono di escludere i dati giudicati meno attendibili.

Il sociologo Neil Postman scriveva: “Orwell temeva che i libri sarebbero stati banditi; Huxley non che i libri fossero vietati, ma che non ci fosse più nessuno desideroso di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato delle informazioni; Huxley quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazione e bambinate”.

È come trovarsi su una barca in alto mare, le cui impetuose correnti sono il flusso enorme di dati erogati dalla tecnologia. Se ci si ferma per riposare, la corrente ci porta verso mondi dove prevale la semplificazione delle cose, al contrario se si fatica e ci si sforza di remare ci possiamo orientare verso lidi dai quali è possibile vedere il mondo nella sua complessità e anche più chiaramente dentro di noi.

In questa dialettica con la tecnologia c’è da comprendere quale sia lo spazio per la nostra dimensione umana. Ci si potrebbe chiedere: cosa ci rende davvero umani?

C’è una cosa che impariamo fin dalla nascita nella relazione con l’altro.

Christian Keysers è uno scienziato che ha fatto parte del gruppo di ricerca dell’università di Parma con a capo Giacomo Rizzolatto, i cui studi hanno fornito contributi fondamentali per la definizione del funzionamento neuronale dell’empatia.

Quando prendiamo un caffè al bar nel nostro cervello si “accendono” (tecnicamente si dice “scaricano”) determinati neuroni. Oggi, dagli studi, ormai arcinoti, sui neuroni specchio sappiamo che gli stessi neuroni si attivano anche solo se vediamo qualcun altro prendere un caffè. Ciò implica che possiamo capire quello che fanno gli altri sfruttando risorse neurali che usiamo quando facciamo noi la stessa cosa. Potremmo dire che “ci mettiamo nei neuroni dell’altro”.

A partire da questa scoperta, Keysers ci ha mostrato un esperimento interessante che fa un passo in avanti. Registrando in laboratorio l’attività cerebrale di un soggetto che osserva una persona muovere il braccio, si verifica l’attivazione della stessa area neuronale deputata al movimento del proprio arto superiore (in linea con i risultati già noti). Quindi in termini di scarica neuronale azione e osservazione determinano la stessa attivazione. Ma cosa succede se il braccio in questione è il braccio non di un’altra persona ma di un robot? Ebbene: nel cervello dell’osservatore si attivano gli stessi neuroni specchio!

La conseguenza è che, almeno tecnicamente, potremmo provare empatia per le macchine.

Questo ci porta all’ultimo degli autori di fantascienza di questa panoramica, forse il più suggestivo perché meglio di tutti gli altri ha trattato questa sfera in cui il sentire umano e il sentire della macchina si intersecano. Stiamo parlando di Philip Dick. Dick ha visto un mondo parallelo al nostro dove i soggetti (gli umani) e gli oggetti – tecnologici – condividono sentimenti e dubbi esistenziali.

Per Dick il tema della realtà e dell’illusione è stato molto caro, tutta la sua narrativa è fondata su due domande fondamentali: “che cosa è reale?” e “che cosa è umano?”. Nel celebre romanzo Il cacciatore di androidi (traduzione dal suggestivo titolo originale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), da cui è stato tratto l’iconico film di Ridley Scott Blade Runner, il tema più significativo è la difficoltà di discernere tra essere umano e androide. Ma non perché gli ultimi saranno sempre più capaci di svolgere funzioni umane. Dalla convivenza tra uomo e replicante emerge che l’uomo fa sì di tutto per rendere sempre più umana la tecnologia che ha creato, ma al tempo stesso è lui stesso a rischiare di disumanizzarsisenza rendersene conto. Infatti nel romanzo di Dick, l’uomo per mostrarsi superiore agli androidi ricorre ad uno speciale strumento attraverso il quale allena il cervello ad essere più empatico.

Come psicologo mi auguro di avervi lasciato più dubbi di quanti ne aveste avuti prima! Se così non fosse, vi saluto – ringraziandovi per l’attenzione – con una domanda. Oggi gli scienziati scommettono che ben presto si potrà rendere la tecnologia capace di riconoscere le emozioni umane, e su questo ci sono già prime applicazioni. In questo contesto, quale sarà il futuro dell’empatia?

l’impatto della tecnologia sulla psiche

Lucio Fontana, Ambiente spaziale con neon

seconda parte

Nella seconda metà del 900 l’uomo ha gestito la paura di perdere il controllo convincendosi  che la tecnica fosse solo un mezzo per realizzare i propri fini. Grazie all’aereo posso accorciare le distanze, grazie alla televisione posso sapere cosa accade a migliaia di chilometri di distanza stando seduto sul divano di casa mia, grazie allo smartphone sono sempre connesso e in grado di comunicare con i miei colleghi per molte ore al giorno e nel fine settimana. Il pensiero dell’uomo è stato: io mi servo della tecnica per vivere meglio.

Secondo Umberto Galimberti questa convinzione è illusoria: “Siamo soliti considerare la tecnica come uno strumento a disposizione dell’uomo, quando invece la tecnica oggi è diventata il vero soggetto della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati. Al loro interno, infatti, egli deve compiere quelle azioni descritte e prescritte che compongono il suo “mansionario”, mentre la sua persona è messa tra parentesi a favore della sua funzionalità”. La corsa all’innovazione tecnologica, a partire dalle ultime decadi del 900, è stata un po’ come una corsa agli armamenti. Società, Paesi, aziende, hanno sbandierato lo sviluppo tecnologico come esibizione muscolare per conquistare mercati e credibilità a livello internazionale. Crescita tecnologica = vantaggio economico. Possesso dell’ultimo modello di smartphone = status. Quindi non solo: io mi servo della tecnica per vivere meglio, ma io mi servo della tecnica per avere di più o per essere qualcuno.

Siamo arrivati ad un punto nuovo nella Storia dove la domanda non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica”, ma “Che cosa la tecnica può fare di noi”. La tecnica cambia il nostro modo di sentire e il nostro modo di pensare.

Come cambia il nostro sentire

Ancora una volta seguiamo il ragionamento di Anders. Egli ha ipotizzato tre conseguenze della tecnologia sul nostro sentire, definite dislivelli:

  1. non sappiamo quali saranno le conseguenze che un domani ci saranno nell’utilizzare la tecnologia che produciamo oggi.
  2. C’è una grande differenza fra il massimo che si può produrre ed il massimo che è possibile utilizzare; produciamo di più di quello che umanamente potremmo utilizzare.
  3. L’ultimo dislivello «consiste  tra il massimo di ciò che possiamo produrre e il massimo (vergognosamente piccolo) di ciò che possiamo aver bisogno».

Questi costanti divari mettono allo specchio l’uomo, che è portato a misurarsi con sempre maggiori aspettative sulle sue performance. Ma l’essere umano essendo strutturalmente meno “performante”, per usare un termine volutamente fastidioso, delle macchine viene condannato ad esperire un senso di inadeguatezza e vergogna.  

Nel mondo dominato dalla tecnica i sentimenti non sono riusciti a stare al passo con il rapido e continuo progresso del mondo delle macchine. Questa accelerazione inaudita ha impedito il normale processo di adeguazione, cosicché le emozioni sono in costante ritardo Anders definisce questo processo «analfabetismo emotivo». “Di fronte allo smisurato, la nostra sensibilità si inceppa. Il ‘troppo grande’ ci lascia indifferenti”, non freddi, perché la freddezza sarebbe già un sentimento. E quando leggiamo in internet di qualche località remota in cui si ripetono situazioni tragiche, il nostro sentimento si trova di fronte non a una tragedia, ma a una statistica, e piomba in una sorta di analfabetismo emotivo.

Il sentire umano, legato ancora a schemi pre-tecnologici, non è all’altezza del mondo creato dalla tecnica.

Come cambia il nostro pensiero

Nell’era della tecnica disponiamo prevalentemente di quel tipo di pensiero che Heidegger chiama “calcolante”, in grado solo di far di conto, di rispondere al richiamo dell’utile e del vantaggioso, di operare unicamente in quel breve tratto che connette i mezzi ai fini in modo da ottimizzarne l’impiego al minor costo possibile. Ci sono ancora dei pensieri liberi, ma spesso non incidono realmente su ciò che accade nel mondo, dove tutto ruota intorno all’utilità. L’utilizzo della tecnica che risponde a questa esigenza  impoverisce il pensiero umano rendendolo incapace di vedere al di là, di riflettere, ossia di comprendere il senso profondo di quello che facciamo e produciamo.

L’unica possibilità per l’uomo, sostiene Heidegger, è quella di contrapporre al pensiero calcolante, il pensiero meditante. Quest’ultimo non va però inteso come un pensiero per pochi, troppo alto per il pensiero ‘ordinario’  ma anzi è il pensare veramente, nel senso dell’aletheia, ossia una tensione alla comprensione della realtà. Ma il meditare non è immediato né spontaneo, piuttosto è quanto più difficile siamo abituati a fare: richiede uno sforzo significativo.

Le macchine hanno spinto l’uomo a ragionare rapidamente e in ottica binaria, riducendo la complessità e il valore del dubbio. Hanna Arendt, come già aveva suggerito Socrate, sottolinea come tutti gli uomini davanti al mondo ne sono squassati dalla sua meraviglia. Pochi se ne fanno toccare, si fanno domande forti sulla vita. Gli altri, che ne sono toccati, se ne difendono facendosi opinioni, dandosi rapidamente delle risposte. Bisognerebbe coltivare la capacità di restare nella meraviglia senza soccombere all’urgenza di risolverla.

Per definizione l’attività umana che più di tutte ci ha abituati a questo è l’arte.

Nella nostra epoca, nell’era della tecnica, c’è bisogno di recuperare quell’autenticità di sentire e pensare di cui sicuramente la poesia, ad esempio, è una delle massime manifestazioni, in quanto espressione sensibile e meditata del mondo.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

tratto da “A qualcuno piace la poesia” di Wislawa Szymborska

l’impatto della tecnologia sulla psiche

credits: Josan Gonzalez

verso la nascita della scienza moderna

Nel corso dei secoli l’equilibrio natura-tecnica ha subìto molti cambiamenti. L’utilizzo della tecnica non è recente, essa nasce con l’uomo. L’uomo ha cominciato a essere definito tale quando si è servito per la prima volta di un semplice bastone per recuperare cibo da un albero. Questo gesto lo ha distinto dagli altri esseri viventi guidati dall’istinto. Con l’utilizzo della tecnica l’uomo ha dimostrato di essere in possesso di intenzionalità.

Per i Greci, la natura è quel Tutto immutabile governato da una categoria potentissima: la necessità (anánke). Come ci ricorda Eraclito, le leggi della natura non possono subire alcuna modificazione, perché “questo cosmo che nessun Dio e nessun uomo fece, sempre è stato, sempre è, e sempre sarà: immutabile”. Secondo il filosofo l’uomo può limitarsi a osservare la natura, per cercare di coglierne le costanti. Ma non ha nessuna possibilità di influire sulla natura.

le implicazioni psicologiche

Se per i Greci la natura ha il primato sulla tecnica, facciamo un salto di oltre 2.000 anni e osserviamo la nascita della scienza moderna. Siamo nel 1600 e Bacone, Galileo e Cartesio ribaltarono il vecchio paradigma e posero la scienza con la tecnica al di sopra della natura. L’umanità aveva iniziato a formulare ipotesi sulla natura e asottoporre la natura a esperimento per identificare le leggi della natura. Questo è il metodo scientifico, il fondamento della cosiddetta scienza moderna. L’uomo aveva trovato il metodo con cui leggere la natura e organizzarla secondo i propri progetti:  È in questi anni di fermento scientifico che viene fatta una scoperta epocale: la Terra non è al centro del sistema solare, ma siamo noi con tutti gli altri pianeti a girare intorno al Sole e non viceversa.

Ora fermiamo per un attimo questa grossolana carrellata storica e proviamo a dare una lettura psicologica dei cambiamenti occorsi alla nostra civiltà. Secondo il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti l’umanità avrebbe subìto nei secoli tre grandi umiliazioni che sono state definite ferite narcisistiche. Ossia mortificazioni al proprio ego.

  1. Con la rivoluzione copernicana abbiamo capito di non essere al centro del nostro Universo. La nascita della scienza moderna segna la supremazia della scienza sulla natura sì, ma al tempo stesso l’uomo inizia a dover ridimensionare la sua importanza nel cosmo.
  2. L’uomo prosegue la sua ricerca scientifica e riacquista fiducia nelle proprie capacità di analisi e comprensione del mondo: in parte la prima ferita narcisistica viene risanata. Ma nell’800 la civiltà riceve un secondo duro attacco al proprio orgoglio: grazie alla teoria darwiniana l’uomo comprende di non essere stato generato dal Creatore a sua immagine, ma molto più prosaicamente discende dalle scimmie.
  3. La terza mortificazione all’amor proprio l’uomo l’ha ricevuta dal “suo interno”: dalla sua stessa ragione. Sigmund Freud pubblica nel 1899 L’interpretazione dei sogni ed emergono le caratteristiche fondanti della teoria della psiche che prenderà il nome di psicoanalisi. La teoria della mente freudiana si caratterizza per il riconoscimento dell’inconscio: la dimensione psichica che racchiude le attività non consapevoli. La psicoanalisi attribuisce all’inconscio la sede e l’origine delle forze pulsionali che condizionano i comportamenti umani. Freud sostiene che l’Io non è padrone in casa propria.

l’età della tecnica

Quando ormai la ferita narcisistica è sanguinante, si presenta una generosa opportunità di riscatto per l’essere umano: il ’900 con il suo  progresso scientifico e tecnologico. L’uomo intensifica i suoi sforzi e investe le sue speranze per cercare di superare i lacci e lacciuoli imposti dalla natura. La Seconda guerra mondiale può essere considerata la soglia d’inizio dell’età della tecnica, infatti a partire da questo periodo si sviluppa una crescita tecnologica che determina una mutazione antropologica senza precedenti. La nuova epoca, però, è grandiosa e inquietante al tempo stesso se si pensa che viene simbolicamente inaugurata sganciando la bomba atomica.

Secondo il filosofo Gunther Anders nel regime nazista si è determinato un cambiamento radicale di mentalità che definisce “un fatto più tragico dei sei milioni di ebrei trucidati”. Interrogando il pilota che ha fisicamente rilasciato l’ordigno nucleare su Hiroshima, Anders capisce che l’umanità ha cominciato con forza ad assumere una nuova prospettiva che prevede il passaggio dall’agire al puro e semplice fare: io “agisco” quando compio delle azioni in vista di uno scopo, mentre “faccio” quando eseguo bene il mio mansionario, prescindendo dagli scopi finali che non conosco o dei quali, ipotizzando che li conosca, non ne sono comunque responsabile. All’ufficiale di aviazione Claude Eatherly gli si richiedeva solo una competenza tecnica e nessuna valutazione di giudizio. Meccanismo sviluppato ampiamente anche dalla politologa Hanna Arendt nella sua principale opera “Nascita del totalitarismo”.

Riepilogo: i greci ritenevano che la natura fosse egemone sulla tecnica- con la nascita della scienza moderna la tecnica ha preso il sopravvento. Nel corso del 900 l’inversione del rapporto di forze si è consolidato. Ma l’uomo con questo rinnovato senso di dominanza sulla natura ha anche dovuto fare i conti col terrore di annichilimento da parte della sua stessa creatura: la tecnica.

continua con la seconda parte

l’ipocondria è una scatola cinese

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Russian Doll è una brillante serie TV, una rappresentazione tragicomica e psichedelica del tentativo umano di uscire dal loop esistenziale nel quale ci si può cacciare. Nadia è una donna dai modi spigolosi che continua a morire e rinascere, intrappolata nel giorno del suo 36esimo compleanno. Le sue giornate ricominciano non uguali a se stesse ma con piccole differenze che poi diventano sempre più grandi. Si sforza di venirne a capo e, passando attraverso stati confusionali, riesce a comprendere la chiave dell’enigma che la tiene relegata nel suo purgatorio urbano. La città che fa da cornice a questa vicenda è New York, il luogo che rappresenta la moderna difficoltà di incontrarsi con gli altri. La svolta si verifica quando la protagonista incrocia il destino di un altro uomo in trappola come lei. Sarà proprio la capacità di instaurare una relazione profonda basata sull’esercizio di reciproca umanità che segnerà l’inizio di un nuovo finale. Nadia abbandona la piatta eternità per riacquistare una più calda e rinnovata caducità terrena.

La storia di Nadia mi ha fatto ripensare ad uno scritto psicoanalitico, nel quale si parlava dell’importanza di accogliere i pensieri di morte e ricollegarli ad un percorso di crescita spirituale. Di contro, la tendenza ipocondriaca ad allontanare l’idea di caducità tramite fantasie di controllo ci relegherebbe ad uno stato di sviluppo più arcaico e senza sbocco.

La capacità di riconoscere la finitezza della propria esistenza, di accettarla e di agire in accordo con questa scoperta dolorosa, senza cadere in più o meno nascosti dinieghi, può essere la più grande conquista psicologica. Qualcosa che alcuni autori hanno ricondotto ad esperienza mistica o spirituale. Per Kohut si tratta di una conquista dell’Io che prevede l’abbandono dell’insistenza narcisistica e del godimento dispotico per l’accettazione di valori realistici, fino a giungere all’accettazione intellettuale ed emotiva del fatto che noi stessi siamo transitori. Il Sé investito di libido narcisistica è limitato nel tempo e ci tiene rinchiusi in una eterna matrioska.

La trasformazione del narcisisimo di Nadia assume forme gioiose nella scena finale. Assistiamo ad un festoso carnevale per le strade di New York, una parata alla quale partecipano diverse umanità che condividono in modo chiassoso la loro feroce voglia di esorcizzare il concetto di finitezza dilatando i loro confini per mescolarsi l’un l’altro.





l’ossessione del multitasking

Goldrake-speciale

Ho sempre pensato che se avessi avuto uno smartphone ai tempi dell’università, sempre connesso sulla scrivania dove studiavo, o non mi sarei mai laureato oppure sarei beatamente al quindicesimo anno fuori corso.

Recentemente ho partecipato ad un evento di aggiornamento professionale, nel corso del quale è stato affrontato il tema dell’apprendimento nell’era digitale. Cristina Rosazza, ricercatrice che opera nel campo delle Neuroscienze presso l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, ha tenuto un brillante intervento sulla plasticità del cervello. Gli spunti sono stati numerosi e di notevole utilità per chi si occupa di processi di cambiamento.

La scienziata ha affrontato il tema del multitasking riportando alcune ricerche internazionali che dimostrano quanto questo sia, per come comunemente è stato inteso negli anni recenti, illusorio. In estrema sintesi, oggi sappiamo che le nostre risorse cognitive sono limitate: l’attenzione e la memoria a breve termine, per citarne due indispensabili per svolgere qualsiasi compito, hanno una misura finita. Lo studio evolutivo ha portato alla luce evidenze che suggeriscono che l’essere umano sia stato “progettato” per svolgere un compito alla volta. Fare cose contemporaneamente comporta il prezzo di farle meno bene di come potremmo farle in modo sequenziale. Ci sono delle eccezioni da tener presente, in particolare quanto detto non vale quando uno dei compiti in questione è riproducibile grazie ad abilità acquisite e automatizzate, per esempio camminare, pedalare o mangiare.

L’intervento è stato esaustivo, chiaro ed efficacemente presentato. Nonostante ciò sono rimasto piuttosto sorpreso nell’ascoltare le domande poste dai partecipanti al termine della lezione. Su dieci domande almeno sei o sette erano interessate a sapere come si diventa multitasking, come fare per migliorare le proprie abilità di multitasking, oppure qualcuno con visione di lungo termine ha chiesto se un domani la specie umana potrà acquisire questa dote. Ho stimato molto l’abilità comunicativa della ricercatrice, che è stata capace di riproporre, con nuovi esempi, sorriso e coerenza, la sua linea senza mai dire “ma se non avete capito quello che ho detto finora figuriamoci se potete essere multitasking”.

Successivamente ho ripensato a quelle domande, all’apparenza illogiche, e l’impazienza che ho provato nell’ascoltarle ha lasciato il passo all’intuizione che non fossero state indotte dalla ragione piuttosto dal bisogno di essere multitasking. Si parte da una condizione irrinunciabile: dobbiamo esserlo, punto, e l’unica cosa che possiamo mettere in discussione è quale sia la strategia migliore da adottare per esserlo in modo più performativo. Ho utilizzato volutamente questa parola che a pronunciarla può provocare un suono ferriginoso: per-for-ma-ti-vo.

Nell’era digitale stiamo correndo il rischio di perpetuare un grosso fraintendimento. Noi non siamo le macchine che abbiamo creato. Abbiamo sviluppato l’informatica con le sue logiche, ce ne serviamo come strumento, ma non siamo governati dagli stessi processi. Noi e la tecnologia restiamo cosa diversa.

L’essere umano ha raggiunto progressi incredibili nel giro di pochissimi anni nell’ultimo secolo, e probabilmente questa velocità ha gettato un’intera generazione nel caos. Come sotto l’effetto di una sbronza, ci siamo follemente innamorati della tecnologia che siamo riusciti a produrre. A seguito di una gestazione durata centinaia di anni l’umanità ha partorito la tecnologia, e i processori elettronici che normalmente ci supportano in molte attività sono frutto di una “nascita psicologica”.

La psicoanalisi ci ha parlato attraverso diversi autori della simbiosi madre-figlio. Margaret Mahler diceva che il bambino si comporta e agisce come se lui e la madre fossero un unico inserito dentro uno stesso confine (“fusione somatopsichica allucinatoria o illusionale onnipotente“). È una simbiosi impropriamente detta, perché il rapporto non è alla pari, ma il bambino è estremamente dipendente.

Dunque, tra noi e il nostro smartphone chi è l’oggetto che soddisfa i bisogni? La risposta ci porta a prendere per un attimo in considerazione di essere noi i bambini fusi in modo illusionale col telefono, così da ritenere di essere onnipotentemente in grado di fare tutto, o quasi, in qualsiasi momento. Questa inversione di ruoli (la tecnologia-figlia che diventa madre) credo sia dovuta al meccanismo dell’idealizzazione.

Heinz Kohut vede il processo di formazione delle strutture psicologiche nei bambini attraversare due stadi contemporanei:

  • L’imago parentale idealizzata è lo stato in cui una parte della perduta esperienza di perfezione narcisistica è attribuita a un oggetto-Sé arcaico (genitore) che viene così idealizzato. Al genitore spetta di lasciar cadere gradualmente tale idealizzazione lasciando che il figlio incontri l’inevitabile esperienza di frustrazione.
  • Il Sé grandioso, costituito da esibizionismo e grandiosità, è lo stato complementare a quello dell’imago parentale idealizzata. Se l’esperienza di frustrazione è ottimale il bambino impara ad accettare i propri limiti realistici, rinuncia alle fantasie grandiose e alle grossolane esigenze esibizionistiche, sostituendole con mete e scopi sintonici all’Io e con l’autostima realistica.

L’industria tecnologica progetta di continuo strumenti che siano sempre più performanti (loro sì), ossia più capaci di evitarci la frustrazione di non avere la funzione giusta al momento giusto. Per riprenderla nei termini della psicologia del Sé di Kohut: rischiamo di restare bloccati nella fantasia grandiosa di essere il nostro smartphone. Essere multitasking non è più una possibilità ma una qualità irrinunciabile per sentirci adeguati.

Svolazzare da un contenuto all’altro senza mai immergerci in approfondimenti inibisce, ancora citando Cristina Rosazza, la possibilità di sviluppare il pensiero critico, abilità che sarà sempre più richiesta e considerata pregiata nel prossimo futuro. Solo grazie al pensiero critico potremo formarci giudizi solidi e consapevoli attingendo dall’enorme flusso di dati che ci portiamo nelle tasche.

Chiudo citando una delle domande che ho sentito durante il convegno: dottoressa, cosa bisogna mangiare per sviluppare la capacità di essere multitasking? Inevitabilmente la mia memoria è tornata all’infanzia e alla sigla di Ufo robot che cantava mangia libri di cibernetica e insalate di matematica.

l’automobile di G – anatomia di un caso clinico

Il seguente scambio clinico è stato redatto nel rispetto della privacy, sono state apportate alcune modifiche che rendono il protagonista irriconoscibile e lasciano inalterato il senso generale delle dinamiche descritte. “G” ha approvato la pubblicazione della seguente trascrizione per fini di divulgazione.

G arriva in seduta puntuale come un orologio svizzero. Mi saluta e noto immediatamente l’espressione accigliata. Mi dice che è stata una giornata storta, per cui è nervoso. Quando si siede resta in silenzio per un tempo, poi sospira. “Ho distrutto la macchina”, mi dice. “Sono uno stupido, era una manovra che faccio da anni: sempre uguale. Ripeto sempre gli stessi gesti automatici per entrare nel garage. Nel tempo ho imparato a essere sempre più abile, più rapido. Oggi invece ho fatto una cazzata da principiante”. Mi pronuncia queste parole e non si dà pace. Gli chiedo maggiori informazioni sull’accaduto e capisco che si tratta di un’ammaccatura oggettivamente ridotta, la cui riparazione avrebbe comportato una spesa affrontabile per le sue possibilità. Gli chiedo cosa avesse provato sul momento. G mi racconta di aver un po’ lottato usando la massima cautela per disincastrare il paraurti dall’ingresso del box, dopodiché è sceso dalla macchina per controllare l’entità dell’incidente. “Quando ho visto la lamiera deformata ho sentito la terra aprirsi sotto i miei piedi, volevo sparire! Ho sentito le lacrime farsi strada su per gli occhi ma non sono uscite”.

Nel corso della seduta abbiamo esplorato le emozioni connesse a quell’episodio. Il desiderio di sparire mi faceva ipotizzare che si fosse vergognato. Di cosa? G mi risponde che non avrebbe voluto scomparire per vergogna ma perché sentiva di meritarselo. “Mi faceva rabbia ammetterlo, ma in fondo sentivo che era giusto così, è difficile da spiegare ma le sensazioni erano molte e confuse”, prova a spiegare. Con rabbia dichiara che quanto appena successo gli sembrava una pena equa per la sua fragilità.

Decido di allargare il focus, di provare a distogliere lo sguardo da qualcosa ancora troppo penoso per G: “Come è andato il resto della giornata?”. “Niente di speciale”, mi risponde, “ho lavorato tanto, le solite rotture col capo, niente di nuovo”. Restiamo in silenzio, vedo che lo sguardo si fa più sfuggente. G rompe il silenzio “Ah, stamattina sono stato a fare una radiografia. Per il controllo che mi è stato consigliato di fare ogni 5 anni per la mia scoliosi”. Mi aveva già riferito in altre occasioni del suo passato di paziente scoliotico, so che quando aveva dagli 8 ai 13 anni aveva portato il busto ortopedico col collare giorno e notte. Sapevo che era stata un’esperienza traumatica per lui, per la sua vita sociale in anni cruciali per lo sviluppo e per la formazione della sua identità personale. Gli rivolgo il mio interesse domandandogli come fosse andata la visita. “Mah…ci sono cose che sembrano superate e invece stanno sempre lì, da qualche parte dentro. Ho provato, come sempre in questi casi, l’umiliazione di sentirmi diverso e sbagliato. Fatto male, deforme, imperfetto. E gli occhi e i commenti dei medici che ti dicono come posizionarti sono come lame”. Mentre parlava, G aveva appena rotto il muro di protezione tra sé e il mondo esterno. “Chiudevano la porta che separa la sala dove c’ero io da quella isolata dalle radiazioni e si lanciavano battute tra di loro. Sentivo che uno diceva ad un’altra che stavo così messo male che non riusciva a farmi stare in una posizione decente per fare la radiografia. Ho sentito come se mi sputassero addosso. Allora ho risposto con voce forte e ferma ‘spiegatemi meglio come mi devo mettere se così non va bene’. Il sotto testo era: stronzi! Dalla parete col vetro ho visto una infermiera che mi fissava, ho tenuto lo sguardo fino a quando lei lo distogliesse”. G prende fiato, poi chiude il discorso con amarezza: “Dottore, non sono più quel ragazzino che subiva le angherie dei giudizi, che aspettava mortificato di sapere se finalmente fosse guarito e potesse disfarsi del busto!”.

Lo sento pieno di rabbia, la ferita non si è mai rimarginata. Faccio una serie di associazioni mentali e penso alla vergogna di G bambino e al desiderio di sprofondare che aveva sperimentato oggi dopo l’incidente con l’auto. Penso all’auto deformata, penso alla sua deformazione. Stiamo lì per un po’ senza parlarci, lo invito a mettersi comodo sulla poltrona e rilassarsi. Gli esprimo la mia vicinanza e mi scaglio contro la mancanza di empatia di alcuni medici. Gli domando, a questo punto, a cosa stesse pensando tornando a casa, mentre si accingeva a parcheggiare. “Pensavo proprio a questo di cui le sto parlando, pensavo a questa mia guerra infinita contro…non so nemmeno cosa”. Intuisco che non abbia potuto riconoscersi il sentimento di vergogna perché, per sentirsi più forte, negli anni l’aveva dissociato e sostituito con la rabbia. “In fondo me la merito l’auto rotta, non sono un tipo da macchina figa”.

A partire da questa seduta c’è stata una svolta positiva nella terapia. Abbiamo capito come sia capace di gesti autolesionistici e punitivi verso le sue istanze di crescita e realizzazione (la macchina figa, ad esempio), perché in fondo sente di non meritarsi alcuni successi. Abbiamo ricondotto a tendenze autosabotative alcuni episodi che precedentemente erano stati da lui classificati come piccole distrazioni o sfortune, come quando aveva dimenticato di inviare un lavoro nei tempi previsti andando incontro ad un giudizio negativo del suo capo.
Il processo di cambiamento è entrato in una nuova fase, anche grazie ad una nuova intimità che siamo riusciti ad instaurare. Sono molto fiero dei suoi progressi.

bojack ti voglio bene

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Bojack Horseman è una serie TV trasmessa da Netflix. Il protagonista è un uomo cavallo che vive la sua insoddisfazione esistenziale con nostalgia, inseguendo il desiderio di rivivere l’unico periodo della sua vita in cui ha sentito ardere il fuoco vitale. È successo una volta, erano gli anni in cui stava realizzando un progetto di successo che l’avrebbe fatto uscire dall’anonimato: quando fu attore protagonista di una serie TV molto apprezzata (almeno così gli piace raccontarcela). Poi il declino, il lento e inesorabile ritorno all’antico senso di vuoto che lo fa sentire invisibile. Nell’industria cinematografica Bojack non ottiene più scritture all’altezza di quel periodo di gloria. Ha sviluppato una strategia per lenire il dolore che sente negli spaventosi momenti che gli ricordano il nulla che realmente sente di essere: esprime cinismo e distacco dalle cose e dalle persone.

Quale sia il reale valore di Bojack non è veramente importante, piuttosto è una questione che gli autori lasciano sullo sfondo. Nel suo ambiente di lavoro ci sono produttori e registi che lo apprezzano e pretendono di scritturarlo (in questi casi non gongola, perché dà per scontato che lo vogliano usare per dare lustro ai loro progetti che ritiene strampalati), c’è chi non ricorda minimamente quale grande attore lui sia stato (dimenticanze che lo colpiscono come lame nei fianchi) e c’è anche chi lo ricorda, sì, ma non per quello che lui ritiene importante ma per particolari irrilevanti o che magari lui vorrebbe che il mondo dimenticasse (circostanze che procurano un dolore che non intacca la superficie indurita del suo ego, ma lo distruggono nel profondo).

Bojack resta in sospeso tra l’andare avanti e l’autocommiserazione. Gli si presentano alcune opportunità per rimettersi in gioco, ma le evita. Oppure le inizia ma non le finisce, fugge via e le lascia a metà. Inventa scuse, “se la racconta”, vive nella terra di mezzo tra la certezza del meno peggio e il timore del tracollo. La nostalgia del passato è qualcosa in cui rifugiarsi. Perché rischiare di scoprire che in realtà il ricordo della sua grandezza è solo frutto di distorsione mnemonica e autoindulgenza?

Eppure Bojack, per me, non è un personaggio negativo. È un cavallo a cui non è possibile non voler bene. È una “persona” profondamente ferita, fragile che si sforza di andare avanti al meglio. Il cavallo padre di Bojack è stato uno scrittore fallito. Ha passato tutta la sua vita credendo di saper scrivere e cercando di convincerne gli altri, a cominciare da sua moglie, ma alla fine è uscito di scena senza nemmeno una pubblicazione di successo. Quando non riusciva a concludere gli interminabili capitoli del suo romanzo non perdeva occasione per vomitare addosso al figlioletto Bojack le sue frustrazioni. La madre, invece… una donna dura, giudicante, un personaggio bidimensionale, che ha passato la vita capendo cosa il figlio avesse bisogno di ricevere da lei per evitare accuratamente di darglielo. Il figlio le mostrava quali acrobazie avesse imparato a fare? Lei gli rispondeva che era grasso e che non lo voleva tra i piedi. Nell’elogio funebre per la madre (la mia puntata preferita per l’intensità che esprime il protagonista) Bojack confessa che l’unica cosa che avrebbe voluto da lei era sentirsi dire “io ti vedo”, tutto qua. Che lei gli riconoscesse almeno di essere “un oggetto nel suo campo visivo”.

Bojack è un narcisista figlio di narcisisti. Il narcisismo del padre è tinto di fantasie megalomani che ambivano a creare qualcosa di eterno. Il narcisismo della madre è animale e banale come il male secondo Hannah Arendt, miseramente ancorato alla necessità di sopravvivere biologicamente a costo di annientare qualsiasi spunto di trascendenza. La triste verità è che il secondo soggetto, più conservativo, sopravvive al primo che si schianta come Icaro troppo vicino al Sole. Il narcisismo di Bojack è ereditato dal padre. Come per l’Amleto di Shakespeare, la sua guerra interiore si consuma per decidere se portare avanti il progetto di grandezza del padre, tenendolo congelato nel ricordo di quando era una star di una serie TV di successo, oppure dare pari dignità di espressione ad altre parti del suo Sé e fare i conti con la sua vulnerabile umanità.

Assume psicofarmaci, usa le persone per nutrirsene in modo compulsivo. Sì, decisamente una canaglia nel rapporto con gli altri. Però si pone in modo autentico, riconosce le proprie responsabilità e ne è consapevole. Sa ascoltare chi ha bisogno, perché vive a contatto con le proprie emozioni. Si protegge ma non si difende. Bojack ha dentro di sé uno schema che guida il suo modo di instaurare le relazioni, un modello che lo preserva e lo isola al tempo stesso: sa che non può dipendere da nessun altro che da sé stesso, in caso contrario andrebbe sicuramente incontro a delusioni troppo cocenti e traumatiche.

Bojack è simpatico. Molto simpatico. Fa ridere, ha uno spiccato senso dell’umorismo e la gente gli vuole bene. In fondo i party a casa sua sono sempre un successo perché riesce ad essere generosamente accogliente.

Bojack è uno che vuole ricominciare, vuole ripartire da qualcosa che dentro di lui si è interrotto qualche anno addietro. Spera disperatamente di avere ancora altre possibilità per essere un cavallo migliore e si fa il tifo per lui.

 

cosa succede quando improvvisiamo?

 

 

 

 

 

 

Per avere successo, non è sufficiente prevedere, dobbiamo anche imparare a improvvisare.

Isaac Asimov

Teatro e psicoanalisi sono due mondi che hanno molto in comune. La letteratura teatrale ha dato vita a numerose metafore psicologiche, offrendo una varietà di letture delle dinamiche umane. Tra tutti sicuramente si può citare il teatro greco che ha messo in scena sentimenti umani primordiali, complessi ed eterni. Superfluo ricordare l’origine del celebre “complesso di Edipo”, personaggio ormai conosciuto più per il riferimento freudiano che per le tragedie greche.

In questa nota propongo una riflessione in ottica psicodinamica su un particolare tipo di teatro, quello di improvvisazione. A partire dall’incanto che ho sperimentato assistendo ad alcune performance di questo genere, mi sono chiesto cosa ci accade quando improvvisiamo.

Nel film “La grande bellezza” il personaggio Jep Gambardella dice che “È così triste essere bravi: si rischia di diventare abili”. Lungi da me il sottovalutare l’importanza dell’essere preparati e competenti in un determinato campo, anzi, soprattutto in quest’epoca storica credo sia una deriva da scongiurare. E poi, spiegava Dario Fo, l’improvvisazione teatrale non è un dono divino, ma piuttosto mestiere che si può affinare con l’allenamento.

Nello spassoso video al seguente link è possibile vedere un esempio di questa tecnica —> VIDEO

In teatro la tecnica dell’improvvisazione è antica. Viene fatta risalire ad Aristofane, poi le importanti testimonianze nella gloriosa tradizione della Commedia dell’Arte, fino ad arrivare ai mostri sacri del teatro di rivista del novecento. Il mio recente interesse verso questa tecnica è nato assistendo ad alcuni spettacoli nei cosiddetti teatri off di Roma. Non nascondo la mia ammirazione per chi riesce in questa delicata arte, tuttavia mi sono chiesto cosa possa spingere una persona a mettersi così a nudo davanti a un pubblico, senza nemmeno la copertina di Linus offerta dal copione.

Soprattutto, di fronte ad improvvisazioni particolarmente ben riuscite, ci si domanda come fanno gli attori ad essere così spontaneamente brillanti. Parte della risposta è nell’affermazione di Dario Fo rispetto all’affinamento della tecnica, ma sento che ci sia anche molto altro. Ho così avvicinato Emanuela Santilli, una giovane improvvisatrice del gruppo Assetto Teatro, per tentare di scoprire di più.

Emanuela, cosa ti ha spinto a dedicarti a questo particolare genere di teatro?

Il teatro di improvvisazione è il climax della libertà umana. Mette in luce l’abilità dell’attore ed insegna a reagire agli input che arrivano dall’esterno, attuando un comportamento innato ed idoneo. E’ un tango appassionato tra l’individuo e l’ambiente esterno, non esiste un canovaccio, la narrazione regge esclusivamente per le relazioni e l’istinto intuitivo dei personaggio. Si rielaborano le emozioni a livello cognitivo e viscerale, e si creano quelle domande o risposte per permettere alla storia di crescere, portando tali informazioni a sostegno di un’opportunità in funzione della specifica situazione.

Perché ci si iscrive ad un corso di improvvisazione?

La domanda me la pose la mia insegnate del primo anno. Insieme arrivammo a dire che, inequivocabilmente aiuta a sentirsi meno timidi, stempera l’ansia, si impara a fare arte e ci si mette comunque sempre alla prova. Sopra ogni cosa non dobbiamo dimenticare che l’improvvisazione è però divertimento.

A cosa pensi quando entri in scena?

Nell’improvvisazione il corpo in scena può essere plasmato a nostro piacimento, ci si muove necessariamente su più livelli. All’inizio dell’azione di scena non conosciamo il reale significato di ciò che improvviseremo. Tutto è nuovo e l’unica cosa che so è di non sapere nulla, ed è proprio questo “vuoto” che trainerà il gruppo. Poi, poco alla volta, tutti iniziamo a prenderci dei rischi calcolati, ci buttiamo e capiamo che c’è qualcosa che si sta muovendo. In poco tempo passiamo dallo stare in un angolo della classe a fare piccole improvvisazioni di pochi secondi. È una fase veloce. Superati queste prime sensazioni c’è bisogno di una attenzione maggiore per unire tutte le cose e per farlo dobbiamo necessariamente rallentare. Nel momento in cui il processo di acquisizione si rallenta, bisogna raccogliere le informazioni e dargli una forma concreta. Tutto quello che abbiamo imparato fino ad ora va applicato… tutto insieme.

Sembra difficile…

Infatti subentra la frustrazione. Perché pensiamo di non riuscirci, vediamo che gli altri vanno avanti mentre noi non sappiamo applicare più strumenti insieme. Quasi “magicamente” alla fine accade qualcosa, come un click nella testa e in questa ultima fase il processo di apprendimento è completo e il cervello manda in background le informazioni per permettere di acquisirne altre. In poche parole quello che abbiamo appreso diventa un automatismo e possiamo pensare ad altro. E qui cominciamo a divertirci!

Il processo descritto da Emanuela è tipico di altre situazioni nelle quali ci proviamo nella creazione di nuovi significati: il processo creativo, appunto. Nella metafora del teatro risulta molto chiaro come le diverse modalità sensoriali giochino un ruolo inestricabile. All’inizio dell’azione prevale il corpo e le sensazioni fisiche ad esso legate, il resto è mistero poiché non si sa dove si andrà a parare. La creazione nasce da un atto di fede verso il mistero. Poi i sensi si acuiscono e ciò che conta è sintonizzarsi con l’ambiente. Superati questi livelli primari ha inizio l’azione consapevole e gli improvvisatori possono finalmente vedere cosa hanno dipinto sulla tela scenica, come dei pittori che hanno lavorato al buio.

C’è una cosa che si capisce bene dal “noi” che Emanuela usa in diversi passaggi. La potenza del lavoro di improvvisazione in scena sta nell’alchimia che le persone riescono a creare. Il mistero iniziale è soprattutto dato dall’impossibilità di prevedere le nostre reazioni a seguito dei comportamenti dell’altro a noi ignoto. Solo quando si fortificano le interconnessioni tra le persone è possibile vedere come il proprio comportamento influenza quello dell’altro. Come dire vedere sé stessi attraverso gli occhi degli altri. Il sentimento di fiducia aumenta e ci si libera nel piacere del divertimento.

La frase, il gesto, l’azione scenica che si improvvisa appare come qualcosa che si è venuto a creare nel campo intersoggettivo, non una creatura figlia di un unico soggetto. La bravura dell’attore risiede nella capacità di sintonizzarsi come un’antenna con l’ambiente circostante e fare quella cosa giusta nel momento appropriato e coi tempi adatti. Ascoltando le interviste di attori che recitano nel teatro di prosa, quello scritto da un drammaturgo, spesso si sente dire che ogni replica è diversa. Questo significa che, pur riproducendo una sceneggiatura dettagliatamente scritta e provata, c’è sempre qualcosa che cambia nell’interpretazione, sia per lo stato fisico e mentale dell’attore stesso (ovviamente) ma anche per le reazioni e gli stimoli che riceve dall’esterno. In una commedia, ad esempio, il ritmo è fortemente condizionato dalle risate del pubblico.

Anche il processo psicoanalitico è innanzitutto un processo creativo creato nell’incontro con l’altro. Freud ne L’interpretazione dei sogni descrive la tecnica della libera associazione nei seguenti termini:

« Gli si dice [al paziente, NdR] dunque che il successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli osservi e comunichi tutto ciò che gli passa per la mente e non sia tentato di sopprimere un’idea perché gli sembra insignificante o non pertinente, un’altra perché gli sembra assurda: che deve comportarsi con tutta imparzialità nei confronti di ciò che gli viene in mente, perché dipenderebbe proprio dalla critica se non riuscisse a trovare la soluzione del sogno, dell’idea ossessiva, e così via, di cui si è in cerca»

Il padre della psicoanalisi chiedeva agli analizzandi di rispettare questa regola aurea affinché potessero essere eluse le difese psichiche che altrimenti non avrebbero permesso ai contenuti inconsci di emergere. Dal canto suo, l’analista, si sarebbe lasciato andare ad un particolare tipo di ascolto, dal nome che rimanda a viaggi interplanetari: l’attenzione fluttuante. Un vagare nello spazio, analitico, per cogliere le tracce della mente dell’altro, come un esploratore notturno che si affida alle proprie conoscenze e intuizioni per capire dove orientare il flebile fascio di luce della torcia che lo guida. Un incedere, quello dell’analista, che non può essere legato a schemi troppo rigidi, ma deve poter fluttuare in modo creativo per cogliere i contenuti che pur esistendo non sono manifesti.

Tuttavia, dal punto di vista metodologico, nel modo come Freud prescriveva la “regola aurea” emerge un approccio tipico del primo periodo della psicoanalisi, distesi sul lettino si riceveva un invito coercitivo: sii spontaneo. Nel tempo ci si è sempre più resi conto che la creatività, ovvero la capacità di generare significato all’interno di un contesto dato, non può essere un diktat ma spesso il punto di arrivo di un processo con tempi variabili.

Emanuela ci parla di un tango appassionato, questa è oggi la psicoanalisi. Come nel teatro di improvvisazione nascono le interconnessioni tra gli attori, così nell’analisi si procede in due nel percorso creativo. La conoscenza di sé passa da momenti di insight individuali e diventa nuovi comportamenti grazie all’esperienza di condivisione con l’altro, ossia l’analista. In “Mestiere e ispirazione” Lichtenberg parla di “indossare le attribuzioni”, in altre parole diventare il personaggio suggerito dal paziente per consentirgli di recitare un dialogo attraverso il quale sviluppare la propria storia narrativa. Da un lato c’è la competenza e la preparazione dell’analista che, consapevolmente, si lascia andare alle fluttuazioni creative, dall’altro lato della stessa scena c’è la competenza dello stare al mondo del paziente, che disegna nuovi possibili sviluppi della propria storia.