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il carico mentale delle donne

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Non è facile spiegare cosa sia il femminismo, perché si cade nell’errore di ritenerlo un maschilismo al contrario. Proviamo a farlo parlando del carico mentale delle donne nel contesto domestico.

Secondo la definizione Treccani, il maschilismo è “l’adesione a quei comportamenti e atteggiamenti (personali, sociali, culturali) con cui i maschi in genere, o alcuni di essi, esprimerebbero la convinzione di una propria superiorità nei confronti delle donne sul piano intellettuale, psicologico, biologico, ecc. e intenderebbero così giustificare la posizione di privilegio da loro occupata nella società e nella storia”.

Il femminismo, invece, è un movimento di libertà. Ossia “l’insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica” (Treccani).

Il femminismo nasce lottando contro una certa visione della psicologia classica che attribuisce alla donna determinate caratteristiche innate che la portano naturalmente ad assumere un preciso ruolo sociale, che la identificano con le funzioni riproduttive e di accudimento. La filosofa Simone de Beauvoir è stata una delle prime a scardinare questo assunto. La scrittrice francese ci spiega come la donna indossi un ruolo subalterno nei confronti dell’uomo arrendendosi ad una condizione immanente, frutto di una serie di costruzioni storico-culturali. La saggista, fondamentale nella scena del femminismo, invita le donne ad abbracciare la strada della trascendenza per riscrivere il destino femminile imposto dalla società.

Emma Clit è una giovane disegnatrice francese (sarà un caso?) che con intelligenza e ironia ha portato all’attenzione il concetto di carico mentale delle donne nel contesto domestico, per spiegarci come la questione di genere entra nelle nostre vite. Il pensiero organizzativo, necessario per mandare avanti la gestione domestica, di fatto diventa un’incombenza che colonizza in modo costante la mente di chi lo ospita: un carico cognitivo tipicamente tutto al femminile. Se la donna in questione è anche lavoratrice si configura quello che la sociologa francese (ancora una volta!) Monique Haicault ha definito la doppia giornata, la corsa interminabile che vive la donna ogni giorno.

Emma Clit

Emma Clit nel suo libro di illustrazioni “Bastava chiedere!” evidenzia come tutto questo carico venga portato silenziosamente dalle donne. L’espressione bastava chiedere è quella che gli uomini esclamano quando le loro compagne si lamentano di essere sfinite per il carico fisico e mentale di lavoro domestico oppure quando, esauste, fanno emergere improvvisamente il substrato di tensione accumulata.

Emma Clit

Si tratta di risposte socialmente acquisite, tramandate dall’educazione famigliare e storico-culturale. Spesso gli uomini in questione genuinamente non si rendono conto di essere come il personaggio di queste illustrazioni. Anche loro ingabbiati in un ruolo rigidamente predeterminato.

A ben pensare questo movimento di libertà può essere applicato a tutte le categorie sociali oppresse dentro un destino di sottomissione. Per questo il femminismo interessa tutti, uomini e donne. Perché sotto la lente del patriarcato anche l’uomo ne può uscire mortificato. Pensate all’obbligo di attenersi all’ideale di mascolinità imposto da questo sistema culturale che non ammette eccezioni. Il sociologo Raewynn Connell ha identificato molte differenti mascolinità possibili per gli uomini, ma solo una piccola sottospecie di queste viene approvata dalla società. Si tratta della mascolinità dominante, e coloro che ricadono al di fuori di questa fetta statistica possono venire disprezzati dalla collettività. Un particolare aspetto dell’ideale mascolino dominante è l’enfasi sull’azione piuttosto che sulle emozioni, in quanto ancora oggi spesso ci si aspetta che gli uomini reprimano e controllino le loro emozioni.

Mi è capitato di conoscere uomini che si dedicano amorevolmente alla cura dei propri figli, oppure alla gestione della vita domestica. Molto spesso vengono definiti mammi, piuttosto che padri, sia da uomini che da donne. Questo è un esempio di violenza lessicale che, con sarcasmo, mette in dubbio la mascolinità di questi uomini.

A differenza del patriarcato, il femminismo attribuisce sia agli uomini che alle donne uguali risorse di empatia, compassione, sentimenti e istinto, qualità distintive nelle relazioni interpersonali in grado di dare significato alla vita e rendere felici.

il pulcino Greta e il cielo che ci sta crollando addosso

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Psicologia del climate change: perché non tutti comprendono cosa sta succedendo al pianeta?

Greta Thunberg è persona dell’anno 2019 secondo il Time. Eppure in tanti la odiano. Viene attaccata per come è e per quello che dice. Valanghe di odio le vengono riversate addosso con lo scopo di distruggerla, di metterla a tacere. Ovviamente, per fortuna, non ci sono solo odiatori ma anche molte persone che tendono ad abbracciare la causa per arginare il cambiamento climatico. Ma perché non tutti comprendono cosa sta succedendo al pianeta?

Tanti hanno provato a spiegare le ragioni e probabilmente la realtà, che è sempre complessa, ne contempla diverse. C’è chi dice che è invisa alla cultura patriarcale in quanto donna, con l’aggravante di essere pure giovane. C’è chi dice che è manovrata dai poteri forti che avrebbero deciso di ribaltare l’economia mondiale a favore dell’industria green (con lo zampino del filantropo Soros, come sempre in questi scenari).

Anche la psicologia ha cercato di dare delle risposte per provare a spiegare perché c’è tanta resistenza verso coloro che, come Greta, cercano di attirare l’attenzione sul problema del climate change. Di seguito proverò a fare una sintesi seguendo due piste: una di carattere sociale, che analizza i fenomeni collettivi, e l’altra di carattere individuale, che equipara il “climate change” ad un qualsiasi evento traumatico.

Come suggerisce Ira Brenner, psicoanalista e psichiatra, Greta potrebbe essere diventata il pulcino della storiella “Chicken Little”, nota nella letteratura fiabesca americana. Chicken Little venne preso dal panico quando, zampettando nel prato, una foglia cadde sulla sua coda. Il piccolo pollo interpretò quell’evento come segnale di catastrofe imminente, così iniziò a dare l’allarme al grido “il cielo sta cadendo!”. Ovviamente questo agitò tutti gli animali del bosco che cominciarono a correre in preda al panico, in maniera confusa e disorganizzata. Conclusione? Distratti e con le difese basse finirono tutti mangiati dall’astuta volpe. Il povero protagonista di questa favola è diventato per la cultura americana il classico “pollo”, ossia una metafora di chi si fa prendere dall’isterismo per un pericolo fantasticato e imminente, diffondendo il panico nella società.

Brenner fa notare che una dinamica di questo tipo se dovesse essere diffusa su larga scala potrebbe portare al tracollo della civiltà, pertanto l’isteria di massa rappresenta un enorme rischio che i governi cercano di evitare. Accade così che gli allarmisti come Chicken Little, oppure Greta secondo il mio punto di vista, finiscono per essere screditati con attacchi personali alla loro stabilità mentale ed emotiva in modo da oscurare il pur minimo seme di verità che si nasconde nel loro messaggio. Questo meccanismo è stato applicato dai cinici e dagli scettici verso Al Gore nel 2006 a seguito del suo documentario di denuncia ambientale “An Inconvenient Truth”. Per buona parte dell’opinione pubblica Al Gore era affetto dalla “sindrome del Chicken Little”.

Se i governi scongiurano il collasso collettivo screditando i catastrofisti, su questo solco si inseriscono i soggetti che hanno interessi economici affinché si continui ad operare in barba ai più elementari correttivi che riducono gli impatti ambientali. Anche involontariamente si crea una connivenza tra coloro che guadagnano nel mantenere lo status quo e la politica che cerca di rassicurare gli animi dei cittadini.

Il filone che prende in considerazione le dinamiche psicodinamiche individuali suggerisce che la previsione di estinzione di massa a cui il pianeta starebbe andando incontro genera un trauma nelle nostre coscienze. La conseguenza è che, come avviene per altri eventi traumatizzanti, la nostra psiche attiva dei meccanismi di difesa per proteggerci dall’angoscia derivante dalla paura di perdita e distruzione.

Harold Searles ha cominciato a scrivere del rapporto tra psiche e ambiente già nel 1960 quando incombeva la minaccia atomica e la potenziale distruzione del pianeta. Secondo Searles le comunicazioni sulla crisi ambientale possono suonare moralistiche e di conseguenza riportare l’essere umano ad una dimensione colpevolizzante tipica del periodo cosiddetto pre-edipico. I messaggi di allarme diventerebbero accuse che ci chiedono di “abbandonare il nostro stato genitale duramente conquistato, simbolizzato dalle amate automobili, e ritornare ad uno stato infantile, quando la primazia genitale era ben lontana dall’essere guadagnata; la nostra apatia (verso i temi ambientali) includono un rifiuto inconscio a fare questo” (Searles, 1972).

Nei successivi scritti, Searles ha sostenuto che l’effetto traumatizzante delle catastrofi ambientali porta ad una regressione ad epoche dell’infanzia nelle quali l’angoscia di perdita è stata esperita indistintamente da ogni essere umano. L’idea di Searles sarebbe in linea con il processo evolutivo teorizzato da Melanie Klein, in base al quale i bambini alternano costantemente percezioni di massima gioia nel sentirsi accuditi e appagati nei loro bisogni ad altre sensazioni più traumatiche, dovute all’impossibilità di avere il controllo assoluto sull’ambiente nutritivo, soprattutto quando si verifica una momentanea indisponibilità del genitore accudente.

Secondo la Klein, i primi anni di vita si caratterizzano per due fasi: la schizoparanoide, collocabile nei primi mesi, e la posizione depressiva che emerge successivamente. Tralasciando qui quali sono le caratteristiche di questi stadi per i bambini, passiamo alla traslazione operata da Searles.

Nell’assumere la posizione depressiva le persone sovrappongono le fantasie idealizzanti che contemplano il pianeta in buona salute all’immagine nostalgica del mondo accudente dell’infanzia ormai irrimediabilmente perduto, quello di cui facevano esperienza quando i bisogni venivano immediatamente soddisfatti. Per chi guarda il pianeta dalla posizione depressiva non c’è niente da fare per migliorare l’ambiente circostante perché, tanto, il mondo dell’infanzia non ritornerà più. Inoltre non reagire alla catastrofe in atto “rassicura” sul fatto che non si avrà niente di positivo da perdere con la propria morte.

Nella regressione più profonda che conduce sino alla fase schizoparanoide il mondo viene percepito come scisso: c’è il pianeta buono, governato dalla natura benevola che fornisce tutte le risorse che nutrono e curano, e c’è il pianeta cattivo che punisce con le catastrofi e porta dolore e sofferenza. Nella teoria kleiniana la rappresentazione positiva del mondo viene accettata e trattenuta nella psiche, così la persona traumatizzata fa la fantasia di poter epurare l’esperienza salvandone solo la parte buona. Contemporaneamente si tenta di prendere le distanze dall’oggetto-pianeta-cattivo convincendosi di poterlo espellere dal proprio mondo interiore: salvo poi rendersi conto che non si è riusciti realmente a cacciarlo via e finendo per identificare persecutoriamente la parte negativa interiorizzata come l’aggressore.

Schematizzando: per i depressi Greta rappresenta l’evidenza del paradiso perduto, ossia l’orrenda malinconia dalla quale si difendono usando un massiccio investimento di difese inconsce; per gli schizoparanoidi Greta è l’oggetto-cattivo dal quale difendersi, che è stato cacciato dalla finestra e ora tenta di rientrare nella psiche con un’ascia come Jack Nicholson in Shining.

Quali sono i meccanismi di difesa che subentrano al verificarsi del trauma come descritto da Searles? Sally Weintrobe sostiene che quando ci confrontiamo con il cambiamento climatico, entrano in gioco tre differenti forme di rifiuto: Il negazionismo, il diniego e la negazione.

a) Il negazionismo, come applicato anche per eventi tragici del passato come l’Olocausto, consiste nella diffusione intenzionale della disinformazione per interessi politici, ideologici o commerciali. È una modalità difensiva organizzata e pianificata in termini grandemente cinici e la ritroviamo nelle campagne politiche o nelle schede esplicative che promuovono un prodotto, riducendo il valore o mettendo tout court in discussione le stesse scoperte scientifiche in tema di cambiamento climatico. Questo meccanismo presenta una complicità con la dinamica di cui abbiamo parlato per riferire come la collettività eviti la deriva isterica causata dai Chicken Little.

b) La negazione è una modalità di rifiuto che si costituisce come il primo stadio transitorio del lutto nell’accettazione di una realtà dolorosa, difficile da sopportare. L’individuo dice no alla realtà, ma non la distorce. Le persone riconoscono il fatto, ossia l’assenza dovuta dalla perdita, ma negano la sofferenza relativa (“non c’è più, ma me ne sono fatto una ragione”).

c) Il diniego, presente solitamente nelle psicosi, viene utilizzato quando il pericolo potenziale per il mantenimento della struttura psichica è estremo. Si tratta di negare i fatti che si presentano sotto i nostri occhi. Questa reazione è l’espressione di un processo arcaico radicato nell’egocentrismo del bambino, in cui l’esperienza è governata dalla convinzione prelogica che “se non lo riconosco non succede”. Ovviamente, l’uso massiccio del diniego produce conseguenze negative nei confronti della possibilità di risoluzione di un problema sul piano di realtà; per cui questo meccanismo è in genere altamente disfunzionale.

Allora come possono queste considerazioni psicoanalitiche tradursi in indicazioni pragmatiche, allo scopo di supportare le azioni di comunicazione sul tema, per limitare le reazioni di chiusura che rendono molti articoli giornalistici e report scientifici inefficaci?

Come gli analisti sanno bene non è possibile affrontare il trauma in maniera diretta e senza che si siano creati i presupposti favorevoli nella relazione con il paziente. Ad esempio Sandor Ferenczi parla della necessità di un ambiente analitico autentico e accogliente.

In un appassionato paper Clara Mucci esplora gli scritti di Elie Wiesel sull’Olocausto ed evidenzia come entrando empaticamente nel dolore degli altri, in quanto testimoni della loro esperienza, i sopravvissuti riescano a sviluppare la capacità di recuperare quelle parti della loro esperienza traumatica che sembrava cancellata, dissociata, scissa e disconnessa. Questo consente di generare, anche a livello sociale, una riparazione e un senso di rinascita.

Ingaggiare le persone significa trovare modi per connettersi e comprendere cosa il climate change e la degradazione del pianeta realmente significhi per loro, attraverso una modalità che supporti le loro angosce e paure di perdita e tenga seriamente in considerazione le soluzioni che hanno trovato per difendersi dalla realtà troppo pesante per essere sostenuta. Questo significa creare un contesto, in questo caso non terapeutico, accogliente.

Ferenczi (1980) fornisce una comprensione psicoanalitica di questo fenomeno, spiega come ricordando il passato si recuperano le parti relative all’aggressore interiorizzate dentro di sé. “Ripristinare la realtà nella memoria con le sue parti frammentate significa liberarsi dal persecutore interno che abbiamo scisso e interiorizzato, la conseguenza è essere finalmente liberi (sia per sé stessi che per le future generazioni)” (Mucci, 2017).

Potremmo chiederci come mai molte comunicazioni pubbliche sul climate change non provano a fornire un contesto contenitivo, non consentono cioè che le memorie e le emozioni frammentate vengano integrate. A questo punto resta l’altro aspetto da affrontare, sto parlando dell’autenticità (ricordate delle caratteristiche evidenziate da Ferenczi, quando parla di ambiente autentico e accogliente?) di colui che effettua la comunicazione. Se chi scrive le comunicazioni, o chi parla, non ha consapevolezza delle proprie parti scisse e dissociate connesse all’argomento trattato (climate change, ad esempio) non potrà presidiare questi punti di attenzione nell’atto comunicativo. Anzi rischierà di agire inconsapevolmente e provocare una involontaria ritraumatizzazione del lettore/ascoltatore.


  • Brenner I. (2019). Climate change and the human factor: Why does not everyone realize what is happening? Int J Appl Psychoanal Studies.
  • Ferenczi, S. (1980). Confusion of tongues between adults and the child. In M. Balint (Ed.), E. Mosbacher, TransFinal Contribu-tions to the Problems and Methods of Psycho-Analysis (pp. 156–167). London: Karnac Books. (Original work published 1933)
  • Mucci, C. (2017). Psychoanalysis for a new humanism: Embodied testimony, connectedness, memory and forgiveness for a “persistence of the human”. International Forum of Psychoanalysis.
  • Searles, H. (1960). The nonhuman environment in normal development and schizophrenia. New York: International Universities Press.
  • Searles, H. (1972). Unconscious processes in relation to the environmental crisis. Psychoanalytic Review, 59, 3.
  • Segal, H. (1988) Introduction to the Work of Melanie Klein. Karnac: London. Weintrobe, S. (Ed.) (2013).Engaging with climate change; psychoanalytic and interdisciplinary perspectives. Hove, England: Routledge.

gruppi di parola

percorso per bambini figli di genitori separati/divorziati

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Non crediamo si debba condannare la separazione in sè, a volte unica soluzione possibile, ma occorre fare in modo che ibambini soffrano il meno possibile e riescano a comprendere e ad esprimere al meglio quello che sta succedendo, offrendo loro le risorse giuste.

I Gruppi di Parola sono una forma d’intervento che si colloca in ambito preventivo e di promozione del benessere, sono rivolti a tutti i bambini che stanno affrontando questa complessa transizione familiare: non è necessario, quindi, che vi siano particolari difficoltà o disagi nei bambini.

I bambini sono coinvolti nella separazione dei loro genitori, spesso non sanno bene come esprimere la rabbia, la tristezza, i dubbi, le speranze, le difficoltà che incontrano per la separazione di papà e mamma.

Attraverso il gruppo il bambino potrà

  • esprimere ciò che vive attraverso parole, disegno, giochi di ruolo, scrittura;
  • porre delle domande liberamente;
  • dare un nome e gestire sentimenti, inquietudini, paure;
  • non sentirsi soli ed unici e trovare una rete di scambio e di sostegno tra compagni;
  • elaborare nuovi modi per dialogare con i genitori e nella nuova organizzazione familiare;
  • affrontare tutto questo in un ambiente accogliente, per un tempo limitato e con l’aiuto di professionisti esperti nell’ascolto di bambini che vivono in famiglie separate.

Come

Sono previsti 5 incontri di 3 ore ciascuno con cadenza settimanale.

È richiesta la presenza dei genitori (meglio entrambi) nella seconda parte del quarto incontro, durante il quale i bambini esporranno quanto prodotto nelle giornate precedenti.

Entro due settimane dal termine del percorso, ogni coppia genitoriale avrà la possibilità di avere un incontro con i conduttori.

Condizione indispensabile per l’iscrizione è l’autorizzazione firmata da entrambi i genitori.

I posti per ogni gruppo vanno da 4 ad 8 partecipanti (tra i 7 e gli 11 anni). È opportuno non inserire più di due fratelli all’interno dello stesso percorso.

Gli incontri hanno cadenza settimanale (generalmente il sabato pomeriggio) ed ogni ciclo partirà quando verrà raggiunto il numero minimo di adesioni.

Chi conduce il gruppo

Dott.ssa Francesca Romana Salimei, psicologa psicoanalista ISIPSé

Dott. Roberto Salati, psicologo psicoanalista ISIPSé

Gli interessati possono telefonare al 3393059679 oppure inviare un messaggio con la propria richiesta dal presente sito

giornata nazionale della Psicologia – 10 ottobre

In occasione della Giornata Nazionale della Psicologia, ogni anno il CNOP organizza eventi di carattere nazionale e promuove la pubblicizzazione della campagna con video dedicati, attraverso  mass media, social e testimonial, mentre gli Ordini organizzano eventi sul proprio territorio. Nel 2018 sono stati oltre 220.

“Nessun manuale può insegnare la psicologia; la si apprende tramite l’effettiva esperienza. In psicologia si possiede solo ciò di cui si è fatto esperienza nella realtà. Quindi una semplice comprensione intellettuale non è sufficiente, perché si apprendono solo i termini e non la sostanza interiore dell’evento in questione” (Carl Gustav Jung)

L’iniziativa Studi Aperti favorisce l’incontro tra i professionisti e gli utenti per far conoscere come la psicologia può aiutare a sentirsi meglio.

fantascienza e umanità

È nell’esperienza di tutti quanto la tecnologia sia entrata in ogni aspetto della nostra vita, costituendo spesso un prezioso alleato.

Molto spesso viviamo con la tecnologia in maniera talmente simbiotica che siamo portati ad abdicare parte della nostra esperienza diretta a favore delle performance dei device. Ebbene quali sono le competenze che dovremmo allenare per far fronte a questa sempre più costante connessione con la tecnologia?

Lo scrittore di fantascienza Philip Dick ha detto che “le finte realtà creeranno finti esseri umani”.

È importante tenere sempre sveglia e attiva la nostra consapevolezza.Per capire il futuro e ciò che non siamo ancora in grado di immaginare nitidamente probabilmente dovremmo essere tutti un po’ degli autori di fantascienza, con la loro capacità di guardare con distacco al presente, quel distacco che ha consentito a scrittori come Huxley, Orwell e Dick di analizzare con creatività la realtà circostante e immaginare i suoi possibili risvolti. Si può partire dalle loro estremizzazioni per mettere a fuoco alcune conseguenze psicologiche che potrebbero entrare in gioco nel futuro.

Questi autori hanno disegnato mondi distopici, ossia hanno messo l’accento sui rischi a cui la civiltà può andare incontro – con una bella dose di fantasia! Confrontiamo le loro visioni, tutte con un tratto in comune: l’utilizzo della tecnologia per modificare il contesto sociale.

Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” parla di una società globale sotto il controllo di un unico governo planetario, all’interno del quale vige un progetto antropologico che si prefigge l’eliminazione di ogni forma di dolore, di privazione, di sacrificio, per rendere il piacere immediatamente accessibile e fruibile in ogni momento da tutti. Quello disegnato da Huxley è un mondo in cui non c’è bisogno della dittatura per tenere a bada le persone; per mantenerne il controllo è invece molto più utile dare loro tutto quello che vogliono: “Devi insegnare alla gente ad amare la propria servitù”, disse lo stesso Huxley.

Se ci riflettiamo la tecnologia, almeno così come raccontata nello storytellingcomune, è diventata quasi sinonimo di soddisfazione immediata e sempre disponibile, purché ci sia un collegamento internet. Un qualsiasi device che portiamo con noi è l’evoluzione della lampada di Aladino: pronto a realizzare i nostri desideri, che una volta erano massimo tre, poi sono diventati illimitati grazie agli abbonamenti flat.

Nel Disagio della civiltà, Freud scriveva che “L’uomo primordiale stava meglio perché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale. In compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua felicità per un po’ di sicurezza”. In società con cambiamenti sempre più frequenti il tema della sicurezza è diventato ancora più sensibile.

George Orwell, con il best seller 1984, è sicuramente da considerarsi un altro autore di fantascienza che ha descritto con lucidità molti aspetti della nostra realtà attuale. Nel suo romanzo la società è governata da un onnipotente partito unico con a capo il Grande Fratello, un personaggio che nessuno ha mai visto di persona e che tiene costantemente sotto controllo la vita di tutti i cittadini, tramite l’utilizzo capillare di telecamere.

Dal punto di vista psicologico sono tre i principali meccanismi attraverso i quali il Grande Fratello otterrebbe il controllo delle masse: la promozione del bispensiero, l’istituzione di una neolingua e il controllo delle informazioni.

1. Bispensiero è un termine coniato da Orwell. Esprime la volontà e la capacità di sostenere un’idea e il suo opposto. Ossia mette le persone in condizione di essere pronte, in ogni momento, a recepire qualsiasi verità venga prospettata loro. Sulla facoltà di pensiero tutto ciò avrebbe l’effetto di erodere la capacità di giudizio e conseguentemente predispone a considerare attendibile qualsiasi informazione si riceva. Questo meccanismo è all’attenzione di tutti oggi, si pensi al fenomeno delle fake news e alla cosiddetta post-verità. La possibilità di verificare la veridicità delle informazioni che vengono fornite verrebbe praticamente azzerata e varrebbe tutto e il contrario di tutto.

2. L’istituzione di una neolingua ha l’obiettivo di ridurre e inaridire il pensiero attraverso l’utilizzo di un linguaggio semplificato. La neolingua di 1984 aveva la caratteristica di cancellare dal vocabolario i sinonimi delle parole, in modo da ricorrere a poche, chiare e semplici categorie di pensiero e limitare la descrizione delle sfumature. La stessa sorte destinata ai sinonimi veniva riservata agli antonimi, ai contrari, che per loro natura possono dare voce e forma alle situazioni conflittuali. L’ambivalenza, anche quella espressa nel linguaggio da due termini contrapposti, genera sempre ansia e incertezza ed è per questo che tendiamo spesso a risolverla facendoci un’idea definitiva. Però le situazioni ambivalenti ci obbligano a compiere una ginnastica mentale salutare e ci incoraggiano (se abbracciamo l’ambivalenza, invece che negarla) a sviluppare una più profonda comprensione della realtà, delle alternative possibili e di noi stessi. Rispetto al tema della semplificazione del linguaggio si pensi a come oggi le immagini abbiano sostituito la scrittura, oppure all’utilizzo massiccio di emoji nei testi dei messaggi.

3. L’ultimo pilastro del paranoico governo di Orwell è rappresentato dal controllo delle informazioni. In 1984 esisteva un’unica fonte centralizzata che manipolava le masse attraverso la censura. Qui c’è la più grande differenza tra la società contemporanea e quella di 1984: l’uomo moderno dispone di fin troppe informazioni, siamo nell’epoca del cosiddetto sovraccarico cognitivo (information overloading). Diventerà sempre più distintiva la capacità di saper trovare le giuste informazioni, muovendoci in modo consapevole tra varie fonti, analizzando e applicando i filtri che consentono di escludere i dati giudicati meno attendibili.

Il sociologo Neil Postman scriveva: “Orwell temeva che i libri sarebbero stati banditi; Huxley non che i libri fossero vietati, ma che non ci fosse più nessuno desideroso di leggerli. Orwell temeva coloro che ci avrebbero privato delle informazioni; Huxley quelli che ce ne avrebbero date troppe, fino a ridurci alla passività e all’egoismo. Orwell temeva che la nostra sarebbe stata una civiltà di schiavi; Huxley che sarebbe stata una cultura cafonesca, ricca solo di sensazione e bambinate”.

È come trovarsi su una barca in alto mare, le cui impetuose correnti sono il flusso enorme di dati erogati dalla tecnologia. Se ci si ferma per riposare, la corrente ci porta verso mondi dove prevale la semplificazione delle cose, al contrario se si fatica e ci si sforza di remare ci possiamo orientare verso lidi dai quali è possibile vedere il mondo nella sua complessità e anche più chiaramente dentro di noi.

In questa dialettica con la tecnologia c’è da comprendere quale sia lo spazio per la nostra dimensione umana. Ci si potrebbe chiedere: cosa ci rende davvero umani?

C’è una cosa che impariamo fin dalla nascita nella relazione con l’altro.

Christian Keysers è uno scienziato che ha fatto parte del gruppo di ricerca dell’università di Parma con a capo Giacomo Rizzolatto, i cui studi hanno fornito contributi fondamentali per la definizione del funzionamento neuronale dell’empatia.

Quando prendiamo un caffè al bar nel nostro cervello si “accendono” (tecnicamente si dice “scaricano”) determinati neuroni. Oggi, dagli studi, ormai arcinoti, sui neuroni specchio sappiamo che gli stessi neuroni si attivano anche solo se vediamo qualcun altro prendere un caffè. Ciò implica che possiamo capire quello che fanno gli altri sfruttando risorse neurali che usiamo quando facciamo noi la stessa cosa. Potremmo dire che “ci mettiamo nei neuroni dell’altro”.

A partire da questa scoperta, Keysers ci ha mostrato un esperimento interessante che fa un passo in avanti. Registrando in laboratorio l’attività cerebrale di un soggetto che osserva una persona muovere il braccio, si verifica l’attivazione della stessa area neuronale deputata al movimento del proprio arto superiore (in linea con i risultati già noti). Quindi in termini di scarica neuronale azione e osservazione determinano la stessa attivazione. Ma cosa succede se il braccio in questione è il braccio non di un’altra persona ma di un robot? Ebbene: nel cervello dell’osservatore si attivano gli stessi neuroni specchio!

La conseguenza è che, almeno tecnicamente, potremmo provare empatia per le macchine.

Questo ci porta all’ultimo degli autori di fantascienza di questa panoramica, forse il più suggestivo perché meglio di tutti gli altri ha trattato questa sfera in cui il sentire umano e il sentire della macchina si intersecano. Stiamo parlando di Philip Dick. Dick ha visto un mondo parallelo al nostro dove i soggetti (gli umani) e gli oggetti – tecnologici – condividono sentimenti e dubbi esistenziali.

Per Dick il tema della realtà e dell’illusione è stato molto caro, tutta la sua narrativa è fondata su due domande fondamentali: “che cosa è reale?” e “che cosa è umano?”. Nel celebre romanzo Il cacciatore di androidi (traduzione dal suggestivo titolo originale Ma gli androidi sognano pecore elettriche?), da cui è stato tratto l’iconico film di Ridley Scott Blade Runner, il tema più significativo è la difficoltà di discernere tra essere umano e androide. Ma non perché gli ultimi saranno sempre più capaci di svolgere funzioni umane. Dalla convivenza tra uomo e replicante emerge che l’uomo fa sì di tutto per rendere sempre più umana la tecnologia che ha creato, ma al tempo stesso è lui stesso a rischiare di disumanizzarsisenza rendersene conto. Infatti nel romanzo di Dick, l’uomo per mostrarsi superiore agli androidi ricorre ad uno speciale strumento attraverso il quale allena il cervello ad essere più empatico.

Come psicologo mi auguro di avervi lasciato più dubbi di quanti ne aveste avuti prima! Se così non fosse, vi saluto – ringraziandovi per l’attenzione – con una domanda. Oggi gli scienziati scommettono che ben presto si potrà rendere la tecnologia capace di riconoscere le emozioni umane, e su questo ci sono già prime applicazioni. In questo contesto, quale sarà il futuro dell’empatia?

l’impatto della tecnologia sulla psiche

Lucio Fontana, Ambiente spaziale con neon

seconda parte

Nella seconda metà del 900 l’uomo ha gestito la paura di perdere il controllo convincendosi  che la tecnica fosse solo un mezzo per realizzare i propri fini. Grazie all’aereo posso accorciare le distanze, grazie alla televisione posso sapere cosa accade a migliaia di chilometri di distanza stando seduto sul divano di casa mia, grazie allo smartphone sono sempre connesso e in grado di comunicare con i miei colleghi per molte ore al giorno e nel fine settimana. Il pensiero dell’uomo è stato: io mi servo della tecnica per vivere meglio.

Secondo Umberto Galimberti questa convinzione è illusoria: “Siamo soliti considerare la tecnica come uno strumento a disposizione dell’uomo, quando invece la tecnica oggi è diventata il vero soggetto della storia, rispetto al quale l’uomo è ridotto a funzionario dei suoi apparati. Al loro interno, infatti, egli deve compiere quelle azioni descritte e prescritte che compongono il suo “mansionario”, mentre la sua persona è messa tra parentesi a favore della sua funzionalità”. La corsa all’innovazione tecnologica, a partire dalle ultime decadi del 900, è stata un po’ come una corsa agli armamenti. Società, Paesi, aziende, hanno sbandierato lo sviluppo tecnologico come esibizione muscolare per conquistare mercati e credibilità a livello internazionale. Crescita tecnologica = vantaggio economico. Possesso dell’ultimo modello di smartphone = status. Quindi non solo: io mi servo della tecnica per vivere meglio, ma io mi servo della tecnica per avere di più o per essere qualcuno.

Siamo arrivati ad un punto nuovo nella Storia dove la domanda non è più: “Che cosa possiamo fare noi con la tecnica”, ma “Che cosa la tecnica può fare di noi”. La tecnica cambia il nostro modo di sentire e il nostro modo di pensare.

Come cambia il nostro sentire

Ancora una volta seguiamo il ragionamento di Anders. Egli ha ipotizzato tre conseguenze della tecnologia sul nostro sentire, definite dislivelli:

  1. non sappiamo quali saranno le conseguenze che un domani ci saranno nell’utilizzare la tecnologia che produciamo oggi.
  2. C’è una grande differenza fra il massimo che si può produrre ed il massimo che è possibile utilizzare; produciamo di più di quello che umanamente potremmo utilizzare.
  3. L’ultimo dislivello «consiste  tra il massimo di ciò che possiamo produrre e il massimo (vergognosamente piccolo) di ciò che possiamo aver bisogno».

Questi costanti divari mettono allo specchio l’uomo, che è portato a misurarsi con sempre maggiori aspettative sulle sue performance. Ma l’essere umano essendo strutturalmente meno “performante”, per usare un termine volutamente fastidioso, delle macchine viene condannato ad esperire un senso di inadeguatezza e vergogna.  

Nel mondo dominato dalla tecnica i sentimenti non sono riusciti a stare al passo con il rapido e continuo progresso del mondo delle macchine. Questa accelerazione inaudita ha impedito il normale processo di adeguazione, cosicché le emozioni sono in costante ritardo Anders definisce questo processo «analfabetismo emotivo». “Di fronte allo smisurato, la nostra sensibilità si inceppa. Il ‘troppo grande’ ci lascia indifferenti”, non freddi, perché la freddezza sarebbe già un sentimento. E quando leggiamo in internet di qualche località remota in cui si ripetono situazioni tragiche, il nostro sentimento si trova di fronte non a una tragedia, ma a una statistica, e piomba in una sorta di analfabetismo emotivo.

Il sentire umano, legato ancora a schemi pre-tecnologici, non è all’altezza del mondo creato dalla tecnica.

Come cambia il nostro pensiero

Nell’era della tecnica disponiamo prevalentemente di quel tipo di pensiero che Heidegger chiama “calcolante”, in grado solo di far di conto, di rispondere al richiamo dell’utile e del vantaggioso, di operare unicamente in quel breve tratto che connette i mezzi ai fini in modo da ottimizzarne l’impiego al minor costo possibile. Ci sono ancora dei pensieri liberi, ma spesso non incidono realmente su ciò che accade nel mondo, dove tutto ruota intorno all’utilità. L’utilizzo della tecnica che risponde a questa esigenza  impoverisce il pensiero umano rendendolo incapace di vedere al di là, di riflettere, ossia di comprendere il senso profondo di quello che facciamo e produciamo.

L’unica possibilità per l’uomo, sostiene Heidegger, è quella di contrapporre al pensiero calcolante, il pensiero meditante. Quest’ultimo non va però inteso come un pensiero per pochi, troppo alto per il pensiero ‘ordinario’  ma anzi è il pensare veramente, nel senso dell’aletheia, ossia una tensione alla comprensione della realtà. Ma il meditare non è immediato né spontaneo, piuttosto è quanto più difficile siamo abituati a fare: richiede uno sforzo significativo.

Le macchine hanno spinto l’uomo a ragionare rapidamente e in ottica binaria, riducendo la complessità e il valore del dubbio. Hanna Arendt, come già aveva suggerito Socrate, sottolinea come tutti gli uomini davanti al mondo ne sono squassati dalla sua meraviglia. Pochi se ne fanno toccare, si fanno domande forti sulla vita. Gli altri, che ne sono toccati, se ne difendono facendosi opinioni, dandosi rapidamente delle risposte. Bisognerebbe coltivare la capacità di restare nella meraviglia senza soccombere all’urgenza di risolverla.

Per definizione l’attività umana che più di tutte ci ha abituati a questo è l’arte.

Nella nostra epoca, nell’era della tecnica, c’è bisogno di recuperare quell’autenticità di sentire e pensare di cui sicuramente la poesia, ad esempio, è una delle massime manifestazioni, in quanto espressione sensibile e meditata del mondo.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

tratto da “A qualcuno piace la poesia” di Wislawa Szymborska

l’impatto della tecnologia sulla psiche

credits: Josan Gonzalez

verso la nascita della scienza moderna

Nel corso dei secoli l’equilibrio natura-tecnica ha subìto molti cambiamenti. L’utilizzo della tecnica non è recente, essa nasce con l’uomo. L’uomo ha cominciato a essere definito tale quando si è servito per la prima volta di un semplice bastone per recuperare cibo da un albero. Questo gesto lo ha distinto dagli altri esseri viventi guidati dall’istinto. Con l’utilizzo della tecnica l’uomo ha dimostrato di essere in possesso di intenzionalità.

Per i Greci, la natura è quel Tutto immutabile governato da una categoria potentissima: la necessità (anánke). Come ci ricorda Eraclito, le leggi della natura non possono subire alcuna modificazione, perché “questo cosmo che nessun Dio e nessun uomo fece, sempre è stato, sempre è, e sempre sarà: immutabile”. Secondo il filosofo l’uomo può limitarsi a osservare la natura, per cercare di coglierne le costanti. Ma non ha nessuna possibilità di influire sulla natura.

le implicazioni psicologiche

Se per i Greci la natura ha il primato sulla tecnica, facciamo un salto di oltre 2.000 anni e osserviamo la nascita della scienza moderna. Siamo nel 1600 e Bacone, Galileo e Cartesio ribaltarono il vecchio paradigma e posero la scienza con la tecnica al di sopra della natura. L’umanità aveva iniziato a formulare ipotesi sulla natura e asottoporre la natura a esperimento per identificare le leggi della natura. Questo è il metodo scientifico, il fondamento della cosiddetta scienza moderna. L’uomo aveva trovato il metodo con cui leggere la natura e organizzarla secondo i propri progetti:  È in questi anni di fermento scientifico che viene fatta una scoperta epocale: la Terra non è al centro del sistema solare, ma siamo noi con tutti gli altri pianeti a girare intorno al Sole e non viceversa.

Ora fermiamo per un attimo questa grossolana carrellata storica e proviamo a dare una lettura psicologica dei cambiamenti occorsi alla nostra civiltà. Secondo il filosofo e psicoanalista Umberto Galimberti l’umanità avrebbe subìto nei secoli tre grandi umiliazioni che sono state definite ferite narcisistiche. Ossia mortificazioni al proprio ego.

  1. Con la rivoluzione copernicana abbiamo capito di non essere al centro del nostro Universo. La nascita della scienza moderna segna la supremazia della scienza sulla natura sì, ma al tempo stesso l’uomo inizia a dover ridimensionare la sua importanza nel cosmo.
  2. L’uomo prosegue la sua ricerca scientifica e riacquista fiducia nelle proprie capacità di analisi e comprensione del mondo: in parte la prima ferita narcisistica viene risanata. Ma nell’800 la civiltà riceve un secondo duro attacco al proprio orgoglio: grazie alla teoria darwiniana l’uomo comprende di non essere stato generato dal Creatore a sua immagine, ma molto più prosaicamente discende dalle scimmie.
  3. La terza mortificazione all’amor proprio l’uomo l’ha ricevuta dal “suo interno”: dalla sua stessa ragione. Sigmund Freud pubblica nel 1899 L’interpretazione dei sogni ed emergono le caratteristiche fondanti della teoria della psiche che prenderà il nome di psicoanalisi. La teoria della mente freudiana si caratterizza per il riconoscimento dell’inconscio: la dimensione psichica che racchiude le attività non consapevoli. La psicoanalisi attribuisce all’inconscio la sede e l’origine delle forze pulsionali che condizionano i comportamenti umani. Freud sostiene che l’Io non è padrone in casa propria.

l’età della tecnica

Quando ormai la ferita narcisistica è sanguinante, si presenta una generosa opportunità di riscatto per l’essere umano: il ’900 con il suo  progresso scientifico e tecnologico. L’uomo intensifica i suoi sforzi e investe le sue speranze per cercare di superare i lacci e lacciuoli imposti dalla natura. La Seconda guerra mondiale può essere considerata la soglia d’inizio dell’età della tecnica, infatti a partire da questo periodo si sviluppa una crescita tecnologica che determina una mutazione antropologica senza precedenti. La nuova epoca, però, è grandiosa e inquietante al tempo stesso se si pensa che viene simbolicamente inaugurata sganciando la bomba atomica.

Secondo il filosofo Gunther Anders nel regime nazista si è determinato un cambiamento radicale di mentalità che definisce “un fatto più tragico dei sei milioni di ebrei trucidati”. Interrogando il pilota che ha fisicamente rilasciato l’ordigno nucleare su Hiroshima, Anders capisce che l’umanità ha cominciato con forza ad assumere una nuova prospettiva che prevede il passaggio dall’agire al puro e semplice fare: io “agisco” quando compio delle azioni in vista di uno scopo, mentre “faccio” quando eseguo bene il mio mansionario, prescindendo dagli scopi finali che non conosco o dei quali, ipotizzando che li conosca, non ne sono comunque responsabile. All’ufficiale di aviazione Claude Eatherly gli si richiedeva solo una competenza tecnica e nessuna valutazione di giudizio. Meccanismo sviluppato ampiamente anche dalla politologa Hanna Arendt nella sua principale opera “Nascita del totalitarismo”.

Riepilogo: i greci ritenevano che la natura fosse egemone sulla tecnica- con la nascita della scienza moderna la tecnica ha preso il sopravvento. Nel corso del 900 l’inversione del rapporto di forze si è consolidato. Ma l’uomo con questo rinnovato senso di dominanza sulla natura ha anche dovuto fare i conti col terrore di annichilimento da parte della sua stessa creatura: la tecnica.

continua con la seconda parte

l’ipocondria è una scatola cinese

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Russian Doll è una brillante serie TV, una rappresentazione tragicomica e psichedelica del tentativo umano di uscire dal loop esistenziale nel quale ci si può cacciare. Nadia è una donna dai modi spigolosi che continua a morire e rinascere, intrappolata nel giorno del suo 36esimo compleanno. Le sue giornate ricominciano non uguali a se stesse ma con piccole differenze che poi diventano sempre più grandi. Si sforza di venirne a capo e, passando attraverso stati confusionali, riesce a comprendere la chiave dell’enigma che la tiene relegata nel suo purgatorio urbano. La città che fa da cornice a questa vicenda è New York, il luogo che rappresenta la moderna difficoltà di incontrarsi con gli altri. La svolta si verifica quando la protagonista incrocia il destino di un altro uomo in trappola come lei. Sarà proprio la capacità di instaurare una relazione profonda basata sull’esercizio di reciproca umanità che segnerà l’inizio di un nuovo finale. Nadia abbandona la piatta eternità per riacquistare una più calda e rinnovata caducità terrena.

La storia di Nadia mi ha fatto ripensare ad uno scritto psicoanalitico, nel quale si parlava dell’importanza di accogliere i pensieri di morte e ricollegarli ad un percorso di crescita spirituale. Di contro, la tendenza ipocondriaca ad allontanare l’idea di caducità tramite fantasie di controllo ci relegherebbe ad uno stato di sviluppo più arcaico e senza sbocco.

La capacità di riconoscere la finitezza della propria esistenza, di accettarla e di agire in accordo con questa scoperta dolorosa, senza cadere in più o meno nascosti dinieghi, può essere la più grande conquista psicologica. Qualcosa che alcuni autori hanno ricondotto ad esperienza mistica o spirituale. Per Kohut si tratta di una conquista dell’Io che prevede l’abbandono dell’insistenza narcisistica e del godimento dispotico per l’accettazione di valori realistici, fino a giungere all’accettazione intellettuale ed emotiva del fatto che noi stessi siamo transitori. Il Sé investito di libido narcisistica è limitato nel tempo e ci tiene rinchiusi in una eterna matrioska.

La trasformazione del narcisisimo di Nadia assume forme gioiose nella scena finale. Assistiamo ad un festoso carnevale per le strade di New York, una parata alla quale partecipano diverse umanità che condividono in modo chiassoso la loro feroce voglia di esorcizzare il concetto di finitezza dilatando i loro confini per mescolarsi l’un l’altro.





l’ossessione del multitasking

Goldrake-speciale

Ho sempre pensato che se avessi avuto uno smartphone ai tempi dell’università, sempre connesso sulla scrivania dove studiavo, o non mi sarei mai laureato oppure sarei beatamente al quindicesimo anno fuori corso.

Recentemente ho partecipato ad un evento di aggiornamento professionale, nel corso del quale è stato affrontato il tema dell’apprendimento nell’era digitale. Cristina Rosazza, ricercatrice che opera nel campo delle Neuroscienze presso l’Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, ha tenuto un brillante intervento sulla plasticità del cervello. Gli spunti sono stati numerosi e di notevole utilità per chi si occupa di processi di cambiamento.

La scienziata ha affrontato il tema del multitasking riportando alcune ricerche internazionali che dimostrano quanto questo sia, per come comunemente è stato inteso negli anni recenti, illusorio. In estrema sintesi, oggi sappiamo che le nostre risorse cognitive sono limitate: l’attenzione e la memoria a breve termine, per citarne due indispensabili per svolgere qualsiasi compito, hanno una misura finita. Lo studio evolutivo ha portato alla luce evidenze che suggeriscono che l’essere umano sia stato “progettato” per svolgere un compito alla volta. Fare cose contemporaneamente comporta il prezzo di farle meno bene di come potremmo farle in modo sequenziale. Ci sono delle eccezioni da tener presente, in particolare quanto detto non vale quando uno dei compiti in questione è riproducibile grazie ad abilità acquisite e automatizzate, per esempio camminare, pedalare o mangiare.

L’intervento è stato esaustivo, chiaro ed efficacemente presentato. Nonostante ciò sono rimasto piuttosto sorpreso nell’ascoltare le domande poste dai partecipanti al termine della lezione. Su dieci domande almeno sei o sette erano interessate a sapere come si diventa multitasking, come fare per migliorare le proprie abilità di multitasking, oppure qualcuno con visione di lungo termine ha chiesto se un domani la specie umana potrà acquisire questa dote. Ho stimato molto l’abilità comunicativa della ricercatrice, che è stata capace di riproporre, con nuovi esempi, sorriso e coerenza, la sua linea senza mai dire “ma se non avete capito quello che ho detto finora figuriamoci se potete essere multitasking”.

Successivamente ho ripensato a quelle domande, all’apparenza illogiche, e l’impazienza che ho provato nell’ascoltarle ha lasciato il passo all’intuizione che non fossero state indotte dalla ragione piuttosto dal bisogno di essere multitasking. Si parte da una condizione irrinunciabile: dobbiamo esserlo, punto, e l’unica cosa che possiamo mettere in discussione è quale sia la strategia migliore da adottare per esserlo in modo più performativo. Ho utilizzato volutamente questa parola che a pronunciarla può provocare un suono ferriginoso: per-for-ma-ti-vo.

Nell’era digitale stiamo correndo il rischio di perpetuare un grosso fraintendimento. Noi non siamo le macchine che abbiamo creato. Abbiamo sviluppato l’informatica con le sue logiche, ce ne serviamo come strumento, ma non siamo governati dagli stessi processi. Noi e la tecnologia restiamo cosa diversa.

L’essere umano ha raggiunto progressi incredibili nel giro di pochissimi anni nell’ultimo secolo, e probabilmente questa velocità ha gettato un’intera generazione nel caos. Come sotto l’effetto di una sbronza, ci siamo follemente innamorati della tecnologia che siamo riusciti a produrre. A seguito di una gestazione durata centinaia di anni l’umanità ha partorito la tecnologia, e i processori elettronici che normalmente ci supportano in molte attività sono frutto di una “nascita psicologica”.

La psicoanalisi ci ha parlato attraverso diversi autori della simbiosi madre-figlio. Margaret Mahler diceva che il bambino si comporta e agisce come se lui e la madre fossero un unico inserito dentro uno stesso confine (“fusione somatopsichica allucinatoria o illusionale onnipotente“). È una simbiosi impropriamente detta, perché il rapporto non è alla pari, ma il bambino è estremamente dipendente.

Dunque, tra noi e il nostro smartphone chi è l’oggetto che soddisfa i bisogni? La risposta ci porta a prendere per un attimo in considerazione di essere noi i bambini fusi in modo illusionale col telefono, così da ritenere di essere onnipotentemente in grado di fare tutto, o quasi, in qualsiasi momento. Questa inversione di ruoli (la tecnologia-figlia che diventa madre) credo sia dovuta al meccanismo dell’idealizzazione.

Heinz Kohut vede il processo di formazione delle strutture psicologiche nei bambini attraversare due stadi contemporanei:

  • L’imago parentale idealizzata è lo stato in cui una parte della perduta esperienza di perfezione narcisistica è attribuita a un oggetto-Sé arcaico (genitore) che viene così idealizzato. Al genitore spetta di lasciar cadere gradualmente tale idealizzazione lasciando che il figlio incontri l’inevitabile esperienza di frustrazione.
  • Il Sé grandioso, costituito da esibizionismo e grandiosità, è lo stato complementare a quello dell’imago parentale idealizzata. Se l’esperienza di frustrazione è ottimale il bambino impara ad accettare i propri limiti realistici, rinuncia alle fantasie grandiose e alle grossolane esigenze esibizionistiche, sostituendole con mete e scopi sintonici all’Io e con l’autostima realistica.

L’industria tecnologica progetta di continuo strumenti che siano sempre più performanti (loro sì), ossia più capaci di evitarci la frustrazione di non avere la funzione giusta al momento giusto. Per riprenderla nei termini della psicologia del Sé di Kohut: rischiamo di restare bloccati nella fantasia grandiosa di essere il nostro smartphone. Essere multitasking non è più una possibilità ma una qualità irrinunciabile per sentirci adeguati.

Svolazzare da un contenuto all’altro senza mai immergerci in approfondimenti inibisce, ancora citando Cristina Rosazza, la possibilità di sviluppare il pensiero critico, abilità che sarà sempre più richiesta e considerata pregiata nel prossimo futuro. Solo grazie al pensiero critico potremo formarci giudizi solidi e consapevoli attingendo dall’enorme flusso di dati che ci portiamo nelle tasche.

Chiudo citando una delle domande che ho sentito durante il convegno: dottoressa, cosa bisogna mangiare per sviluppare la capacità di essere multitasking? Inevitabilmente la mia memoria è tornata all’infanzia e alla sigla di Ufo robot che cantava mangia libri di cibernetica e insalate di matematica.

l’automobile di G – anatomia di un caso clinico

Il seguente scambio clinico è stato redatto nel rispetto della privacy, sono state apportate alcune modifiche che rendono il protagonista irriconoscibile e lasciano inalterato il senso generale delle dinamiche descritte. “G” ha approvato la pubblicazione della seguente trascrizione per fini di divulgazione.

G arriva in seduta puntuale come un orologio svizzero. Mi saluta e noto immediatamente l’espressione accigliata. Mi dice che è stata una giornata storta, per cui è nervoso. Quando si siede resta in silenzio per un tempo, poi sospira. “Ho distrutto la macchina”, mi dice. “Sono uno stupido, era una manovra che faccio da anni: sempre uguale. Ripeto sempre gli stessi gesti automatici per entrare nel garage. Nel tempo ho imparato a essere sempre più abile, più rapido. Oggi invece ho fatto una cazzata da principiante”. Mi pronuncia queste parole e non si dà pace. Gli chiedo maggiori informazioni sull’accaduto e capisco che si tratta di un’ammaccatura oggettivamente ridotta, la cui riparazione avrebbe comportato una spesa affrontabile per le sue possibilità. Gli chiedo cosa avesse provato sul momento. G mi racconta di aver un po’ lottato usando la massima cautela per disincastrare il paraurti dall’ingresso del box, dopodiché è sceso dalla macchina per controllare l’entità dell’incidente. “Quando ho visto la lamiera deformata ho sentito la terra aprirsi sotto i miei piedi, volevo sparire! Ho sentito le lacrime farsi strada su per gli occhi ma non sono uscite”.

Nel corso della seduta abbiamo esplorato le emozioni connesse a quell’episodio. Il desiderio di sparire mi faceva ipotizzare che si fosse vergognato. Di cosa? G mi risponde che non avrebbe voluto scomparire per vergogna ma perché sentiva di meritarselo. “Mi faceva rabbia ammetterlo, ma in fondo sentivo che era giusto così, è difficile da spiegare ma le sensazioni erano molte e confuse”, prova a spiegare. Con rabbia dichiara che quanto appena successo gli sembrava una pena equa per la sua fragilità.

Decido di allargare il focus, di provare a distogliere lo sguardo da qualcosa ancora troppo penoso per G: “Come è andato il resto della giornata?”. “Niente di speciale”, mi risponde, “ho lavorato tanto, le solite rotture col capo, niente di nuovo”. Restiamo in silenzio, vedo che lo sguardo si fa più sfuggente. G rompe il silenzio “Ah, stamattina sono stato a fare una radiografia. Per il controllo che mi è stato consigliato di fare ogni 5 anni per la mia scoliosi”. Mi aveva già riferito in altre occasioni del suo passato di paziente scoliotico, so che quando aveva dagli 8 ai 13 anni aveva portato il busto ortopedico col collare giorno e notte. Sapevo che era stata un’esperienza traumatica per lui, per la sua vita sociale in anni cruciali per lo sviluppo e per la formazione della sua identità personale. Gli rivolgo il mio interesse domandandogli come fosse andata la visita. “Mah…ci sono cose che sembrano superate e invece stanno sempre lì, da qualche parte dentro. Ho provato, come sempre in questi casi, l’umiliazione di sentirmi diverso e sbagliato. Fatto male, deforme, imperfetto. E gli occhi e i commenti dei medici che ti dicono come posizionarti sono come lame”. Mentre parlava, G aveva appena rotto il muro di protezione tra sé e il mondo esterno. “Chiudevano la porta che separa la sala dove c’ero io da quella isolata dalle radiazioni e si lanciavano battute tra di loro. Sentivo che uno diceva ad un’altra che stavo così messo male che non riusciva a farmi stare in una posizione decente per fare la radiografia. Ho sentito come se mi sputassero addosso. Allora ho risposto con voce forte e ferma ‘spiegatemi meglio come mi devo mettere se così non va bene’. Il sotto testo era: stronzi! Dalla parete col vetro ho visto una infermiera che mi fissava, ho tenuto lo sguardo fino a quando lei lo distogliesse”. G prende fiato, poi chiude il discorso con amarezza: “Dottore, non sono più quel ragazzino che subiva le angherie dei giudizi, che aspettava mortificato di sapere se finalmente fosse guarito e potesse disfarsi del busto!”.

Lo sento pieno di rabbia, la ferita non si è mai rimarginata. Faccio una serie di associazioni mentali e penso alla vergogna di G bambino e al desiderio di sprofondare che aveva sperimentato oggi dopo l’incidente con l’auto. Penso all’auto deformata, penso alla sua deformazione. Stiamo lì per un po’ senza parlarci, lo invito a mettersi comodo sulla poltrona e rilassarsi. Gli esprimo la mia vicinanza e mi scaglio contro la mancanza di empatia di alcuni medici. Gli domando, a questo punto, a cosa stesse pensando tornando a casa, mentre si accingeva a parcheggiare. “Pensavo proprio a questo di cui le sto parlando, pensavo a questa mia guerra infinita contro…non so nemmeno cosa”. Intuisco che non abbia potuto riconoscersi il sentimento di vergogna perché, per sentirsi più forte, negli anni l’aveva dissociato e sostituito con la rabbia. “In fondo me la merito l’auto rotta, non sono un tipo da macchina figa”.

A partire da questa seduta c’è stata una svolta positiva nella terapia. Abbiamo capito come sia capace di gesti autolesionistici e punitivi verso le sue istanze di crescita e realizzazione (la macchina figa, ad esempio), perché in fondo sente di non meritarsi alcuni successi. Abbiamo ricondotto a tendenze autosabotative alcuni episodi che precedentemente erano stati da lui classificati come piccole distrazioni o sfortune, come quando aveva dimenticato di inviare un lavoro nei tempi previsti andando incontro ad un giudizio negativo del suo capo.
Il processo di cambiamento è entrato in una nuova fase, anche grazie ad una nuova intimità che siamo riusciti ad instaurare. Sono molto fiero dei suoi progressi.